Eranos e la teosofia


Sono innumerevoli le propaggini della teosofia e una di queste è ad Ascona … (non credo neppure che sia in questo schema … ora guardo).

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… approposito di Eranos

Eranos

VIDEO : https://www.lanostrastoria.ch/medias/91334

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Un altro momento saliente nella storia della teosofia ad Ascona è quello della collaborazione tra Olga Froebe, iniziatrice degli incontri di Eranos, e Alice Bailey (che dal ’22 non è più socia di Adyar ma indipendente/espulsa).  Froebe e Bailey collaborarono dal 1930 al 1933 e ad Ascona furono sviluppate alcune idee e progetti importanti. L’utopia che collega questi due momenti è l’idea promossa dalla teosofia che l’umanità,  stia attraversando una fase di cambiamento profondo del proprio stato di coscienza e che questo cambiamento possa pure condurre anche a una trasformazione della sua organizzazione economica e sociale.

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I Colloqui di Eranos (che in greco indica il banchetto, ma di quel tipo che i latini chiamavano coena collaticia, nel quale ognuno porta qualcosa) furono iniziati nel 1933da Olga Fröbe-Kapteyn (1881-1962), su ispirazione di Rudolf Otto (specialista – nella tradizione di Friedrich Schleiermacher – di storia delle religioni presso l’Università di Marburgo, e traduttore di Platone).

Primo periodo (1933-1988)

Fondata nella “Casa Gabriella”, che suo padre aveva comprato nel 1926 sul Lago Maggiore, l’annuale conferenza (Tagung) permise a Olga Fröbe-Kapteyn di riunire in una sorta di “scuola di ricerca spirituale” i maggiori studiosi di religioni orientali e occidentali del suo tempo. Dotata di forte volontà, riuscì a coinvolgere Carl Gustav Jung e Martin Buber (che aveva incontrato a un seminario del 1924 nella comunità del Monte Verità, frequentata da personaggi quali il poeta Ludwig Derleth, l’attore Emil JanningsChaim WeizmannThomas Mann), coinvolgendo l’amica Alice Bailey e via via diversi studiosi, teosofi, e membri della nobiltà europea.

Dal 1949 e fino al 1978 ne divenne animatore l’orientalista Henry Corbin, che collocò la sede della Fondazione nella casa Eranos, una bella villa di Ascona.

Era lì che si svolgevano le Eranos Tagungen, conversazioni finalizzate allo “studio delle immagini e delle forze archetipali nei loro rapporti con l’individuo”, e più in generale all’esplorazione dei mondi interiori dell’uomo, condotta attraverso le metodologie scientifiche proprie di ognuno dei partecipanti.

Fino al 1988 ai colloqui di Eranos – incontri annuali, da sempre internazionali e multidisciplinari e i cui atti venivano pubblicati negli Eranos Jahrbuch – parteciparono intellettuali dediti a discipline diverse (religioni comparatesinologiaislamisticaegittologiaindologiachimicabiologiaastronomiamitologia comparatamisticismobuddhismo zenletteraturafilosofiascienze politichepsicologia), che però condividevano, tutti, l’attività di ricerca, e un orientamento culturale interdisciplinare a tonalità, in senso lato, spiritualista.

Tra questi: Martin BuberCarl Gustav JungMircea EliadeKároly KerényiGilbert DurandJames HillmanErik HornungRené HuygheGerardus van der LeeuwHans LeisegangKarl LöwithLouis MassignonErich NeumannAdolf Portmann (direttore dei “Colloqui di Eranos” dopo la morte di Fröbe-Kapteyn), Henri-Charles PuechGilles QuispelErwin RousselleTilo SchabertGershom ScholemPaul TillichHellmut WilhelmRobert Charles ZaehnerMarie-Louise von FranzHeinrich Zimmer (indologo), e gli italiani Ernesto BuonaiutiRaffaele Pettazzoni e Giuseppe Tucci.

 

Carl Gustav Jung , fondatore della psicologia analitica (1875 -1961). Non era interessato a Blavatsky, Leadbeater o Besant, ma era in frequente contatto con G.R.S. Mead – dopo che quest’ultimo aveva lasciato il T.S. nel 1909.

Carl Gustav Jung , founder of analytical psychology (1875 –1961). Was not interested in Blavatsky, Leadbeater or Besant, but was in frequent contact with G.R.S. Mead – after the latter had left the T.S. in 1909.

http://gnosis.org/library/grs-mead/mead_index.htm

GEORGE ROBERT STOW MEAD (1863-1933) è nato a Nuneaton, Warwickshire, Inghilterra. Veniva da una famiglia militare – suo padre era un colonnello del Royal Army Ordinance Corps – ma ha scelto di seguire una carriera accademica. Dalla King’s School, Rochester, andò al St. John’s College, Cambridge, per studiare matematica, ma passò alle classiche, dove si laureò con una laurea nel 1884. Nello stesso anno si unì alla Società Teosofica e decise di dedicare la sua vita alla causa della Teosofia.

Durante le sue vacanze, Mead lavorò come volontario presso la sede londinese della Theosophical Society, e in una delle sue visite, nel maggio 1887, incontrò per la prima volta H. P. Blavatsky. Fu subito affascinato, e due anni dopo H.P.B. ripagò la sua devozione dandogli la sua assoluta fiducia e nominandogli la sua segretaria privata. Oltre a gestire la corrispondenza di H.P.B., Mead curò anche la maggior parte delle sue successive opere pubblicate e agì, senza riconoscimento, come assistente alla redazione della sua rivista, Lucifero, per la quale aveva scritto in forma anonima fin dal primo volume.
Lavorando a stretto contatto con la Società Teosofica, Mead pubblicò anche molte delle sue opere: Il mistero del mondo (1895), Plotino (1895), Orfeo (1896) e Pistis Sophia (1896).  Dopo oltre un secolo, la sua edizione di Pistis Sophia rimane una delle migliori traduzioni e commenti disponibili su questo importante testo gnostico.  Poco tempo dopo, Mead pubblicò altre due grandi opere, Frammenti di una fede dimenticata (1900) e Tre volte più grande Hermes (1906). Entrambi esemplificano tutto ciò che di meglio si può trovare nei suoi studi dedicati, scientifici, ma eminentemente leggibili, delle radici spirituali dello gnosticismo cristiano e, più in generale, della religione personale nel mondo greco-romano. Ma il suo lavoro comprendeva molto di più di questo, Mead era ugualmente a suo agio con i testi sanscrito, la letteratura patristica, il pensiero buddista e i problemi della filosofia contemporanea e della ricerca psichica. Ha dedicato la sua energia intellettuale alla complessa interazione tra gnosticismo, ellenismo, ebraismo e cristianesimo.

Nel 1906 Mead iniziò anche la pubblicazione di una serie di monografie dal titolo Echi dalla Gnosi (recentemente ripubblicato in un’edizione del centenario) che riassumono le sue intuizioni sulla formazione della visione del mondo gnostico.  A questo punto Mead aveva già pubblicato otto opere su vari aspetti del mondo paleocristiano e sulla “Teosofia dei Greci”.  Insieme alle sue eccellenti traduzioni dei libri ermetici, queste opere stabilirono la sua reputazione come uno dei più importanti studiosi inglesi nei suoi campi ampiamente scelti.  Mead fu il primo studioso moderno della tradizione gnostica. Un secolo dopo, il corpus della sua opera rimane ineguagliabile per ampiezza e intuizione.

Risorse e commenti compilati da Lance S. Owens

Tradotto con http://www.DeepL.com/Translator

 

The Gnostic Society Library

Gnosis Archive | Library | Bookstore | Index | Web Lectures | Ecclesia Gnostica | Gnostic Society

The G. R. S. Mead Collection

GEORGE ROBERT STOW MEAD (1863-1933) was born at Nuneaton, Warwickshire, England. He came from a military family—his father was a Colonel in the Royal Army Ordinance Corps—but he chose to follow an academic career instead. From King’s School, Rochester, he went up to St. John’s College, Cambridge, to study mathematics but changed to Classics, in which he graduated with a B.A. degree in 1884. In that same year, he joined the Theosophical Society and determined to devote his life to the cause of Theosophy.

During his vacations, Mead worked as a volunteer at the London headquarters of the Theosophical Society, and on one of his visits, in May 1887, he first met H. P. Blavatsky. He was at once captivated, and two years later H.P.B. repaid his devotion by giving him her absolute trust and appointing him her private secretary. In addition to handling H.P.B.’s correspondence, Mead also edited most of her later published works and acted, without acknowledgment, as assistant editor of her magazine, Lucifer, for which he had written anonymously since the first volume.While working closely with the Theosophical Society, Mead also published many of his own works: The World Mystery (1895), Plotinus(1895), Orpheus (1896), and Pistis Sophia (1896).  After over a century, his edition of Pistis Sophia remains one of the best translations and commentary available on this important Gnostic text.  Not long after, Mead published two more major works, Fragments of a Faith Forgotten (1900) and Thrice Greatest Hermes (1906). Both exemplify all that is best in his dedicated, scholarly, but eminently readable studies of the spiritual roots of Christian Gnosticism and, more generally, of personal religion in the Greco-Roman world. But  his work encompassed much more than this, Mead was equally at home with Sanskrit texts, Patristic literature, Buddhist thought, and the problems of contemporary philosophy and psychical research. He devoted his intellectual energy to the complex interplay of Gnosticism, Hellenism, Judaism, and Christianity.

In 1906 Mead also began publication of a series of monographs under the title Echoes from the Gnosis (recently republished in a centennial edition) summarizing his insights into the formation of the Gnostic world-view.  By this time Mead had published eight works on various aspects of the early Christian world and on “The Theosophy of the Greeks.”  Together with his outstanding translations of the Hermetic books, these works established his reputation as one of the foremost English scholars in his broadly chosen fields.  Mead was the first modern scholar of Gnostic tradition. A century later, the corpus of his work remains unequaled in breadth and  insight.

Resources and commentary compiled by Lance S. Owens

Giancarlo Fabbri, I MITI – IL DIVINO – IL RIMPIANTO FAUTORI DELL’UMANO DESTINO


A Greta e Andrea
I MITI – IL DIVINO – IL RIMPIANTO
FAUTORI DELL’UMANO DESTINO

 

Esiste una estrema umana condizione, personale e d’insieme, che rifiuta la morte nel momento in cui l’uomo percepisce in modo chiaro la relazione tra lo scorrere dell’esistenza e le molteplici descrizioni sommarie dell’aldi là nei limiti della conoscenza.

Un elemento concettuale del pensare, riflettere e immaginare, privo di una sua concezione; di un pensiero primario ma inattuabile.

Si tratta di un pensiero intelligibile e si attua attraverso la presenza di diversi influenti “numi tutelari” che assumono la funzione di protezione e di accoglienza.

Essi sono la famiglia, la patria, il destino, le tradizioni, la civiltà, Dio, tanto per citarne alcuni.

Sono i numi tutelari che la nostra modernità ha ormai archiviato e avvertiamo la fine, l’assenza e lo spazio del tutto privo di materia necessaria a placare il senso di sgomento che ci coinvolge dinanzi alla consapevolezza delle infinite possibilità di vita e della nostra individuale finitezza; dello smarrimento che ci fa capire i nostri limiti dove il riconoscimento dei nostri diritti non corrispondono alle nostre aspirazioni per tutto ciò di cui sentiamo la mancanza, poiché nella vita non tutto ha un uguale valore in quanto esistono delle priorità.

Può accadere che i miti cedano al rimpianto di un decadente e lezioso sentimentalismo anziché rimanere un costante bisogno dell’animo umano e consentirgli di vivere la realtà sotto un’altra luce e vivere una ulteriore vita.

Senza la percezione visiva di eventi, di immagini predestinate, immutabili e indipendenti dalla volontà umana, l’uomo è alla mercé di avvenimenti imprevisti e di circostanze fortuite dove accade il fluire di fatti in una serie di accadimenti che implicano un passato, un presente e un futuro, tantoché l’umo resta in balia di ciò che non è della fine della vita.

Senza l’esistenza del destino la vita sarebbe priva di ogni fondamento: arbitraria, ingiustificata, discutibile.

Pertanto la vita potrebbe esistere come non esistere e significherebbe morire ancor’ prima di esalare l’ultimo respiro. L’uomo conviverà ora con tecnica e il divino, servendosi dell’una e alimentandosi dell’altro.

La modernità occidentale trae le sue origini famigliari, culturali e storiche dal cristianesimo, poiché in origine l’uomo era la “sembianza” di Dio e non era investito di cariche pubbliche fintantoché, con l’avvento della modernità Dio è stato sostituito dalla narrazione storica, la scienza la natura umana e l’uomo vivirà ora una esistenza

senza nessuno accanto, se non coi i suoi pensieri mentre invece è fondamentale tutelare nella famiglia la natura umana, ogni civiltà conosciuta, l’amore infinito dei genitori, perché esistono, e perché non esiste un altro legame paragonabile finché esisterà l’umanità.

La trasmissione nel tempo di notizie di memorie, di consuetudini da una generazione all’altra mediante l’esempio o le informazioni, le testimonianze o gli ammaestramenti orali e scritti, non sono solamente uno stato d’animo d’intenso piacere e di contentezza delle cose durature bensì la consapevolezza, la coscienza e la continuità di una salda certezza che l’universo non sia nato con noi e con noi finirà.

La conoscenza, acquista con la riflessione e verificando con l’esperimento i dati forniteci dalla percezione sensibile, ci ha insegnato come la tradizione sia l’unica promessa di un futuro in nome di un passato senonché; senza una tradizione si dissolve prima il passato e poi il futuro e con essi ogni legame di interdipendenza, restando assoggettati “dall’istantaneo momento”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ascona, gennaio 2019
Giancarlo Fabbri, Membro della Società Teosofica Svizzera

Dove si fondono oriente e occidente


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Dove si fondono oriente e occidente :
«Se ci allontaniamo dalle forme prodotte, dalle circostanze contingenti, e andiamo verso il nucleo delle cose, troveremo che Sakyamuni e Meister Eckhart insegnano la stessa cosa; soltanto che il primo osa esprimere le sue idee in modo semplice e affermativo, mentre Eckhart è obbligato a racchiuderle nei vestiti del mito Cristiano, e deve adattare le sue espressioni di conseguenza.»

(Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)

Secondo Eckhart, Dio è sine modo, impredicabile come l’Uno di Plotino. L’Io si tiene lontano da questa identità finché utilizza la mediazione della memoria, del giudizio, della volontà e dei cinque sensi, e finché forma il suo contenuto con immagini di enti determinati, che sono finiti e periscono nel tempo. La finitezza nella qualità e nella quantità, nell’occupare uno spazio e un tempo, e il manifestarsi con la mediazione di qualche attributo della coscienza, sono modi dell’ente e non propri del manifestarsi divino, che è immediato, posto non in relazione alle sue qualità appare come l’anima che lo ospita, e con l’infinità di tutti i suoi attributi.

Con questi motivi metafisici, è spiegata la mistica del ritorno all’Uno. Nel momento del ritorno all’Uno, si realizza una teologia negativa che riguarda anche la vita spirituale, le leggi e riti della religione: la perfezione morale e l’imitatio Cristi sono per «l’essere ciò che Dio è», come Lui, non in unità con Esso. La persona rinuncia a tutto ciò che è opera dell’individualità: non sente desiderio o timore; rinuncia ad avere, agire, conoscere; rinuncia all’esercizio della memoria, dei sensi, del giudizio etico o estetico. Il percorso esclude i viaggi, l’impegno politico, l’arte, le scienze e le opere.

Interpreti differenti rilevano che da una tale teologia negativa vi sono conseguenze positive nel discorso religioso.

Fonte 

La Croce ansata , o Ankh


La Croce ansata , o Ankh, ebbe una notevole importanza nell’antico Egitto come simbolo che ricordava il dono della vita e anche l’immortalità. Il termine ankh significa “vita “ o anche “ chiave di Iside”o “chiave dei grandi misteri” e in genere questo significato acquista un indiscutibile potere magico ed è sintomatico che i sacerdoti egizi in certi bassorilievi siano raffigurati nell’atto di donare con l’Ankh l’energia vitale capace di concedere l’immortalità ai defunti. Per questo la Croce Ansata ha un valore talismanico di indubbio valore. L’ansa superiore ,di forma circolare o ovale, possiamo assimilarla all’ourorobos (serpente che si morde la coda = eterna ciclicità della vita). La Croce a forma di T è invece la condizione della morte (lo stato di trance nel quale gli eletti vengono a trovarsi prima di arrivare ai Grandi Misteri).
Nei tempi antichi veniva applicata nel punto del terzo occhio ai re e ai sacerdoti in segno di elevazione spirituale (il terzo occhio era aperto).

Giorgio Piccaia, Quando incontri la storia dell’umanità rimani talmente colpito che la gioia diventa pianto.


Giorgio è simpatizzante del Gruppo Fraternitas di Ascona

Quando incontri la storia dell’umanità rimani talmente colpito che la gioia  diventa pianto.

 

In occasione del Biross International Art Painting Symposium

http://www.artslife.com/2018/10/20/35-artists-20-countries-images-biross-art-symposium-sharm-el-sheik-egypt/

 

sponsorizzato e organizzato da Escaross Textiles in Egitto dello scorso ottobre ho visitato con i miei colleghi artisti il Monastero di Santa Caterina nel Sinai.

 

Nostro Cicerone è stato il monaco Gregory Sinaite che successivamente ho avuto modo di intervistare in un albergo di Sharm el-Sheikh.

 

Gregory Sinaite è un monaco ortodosso greco nato in Libano di 52 anni, 23 anni dei quali trascorsi nel Monastero di Santa Caterina.

Com’è la vita nel Monastero?

Sono uno dei trenta monaci che vivono stabilmente nel monastero. I miei ruoli cambiano come quelli degli altri monaci, lavoro nella biblioteca, nella chiesa, nel museo.

Preferisco lavorare nel museo e nella biblioteca dove vengono gli studiosi da tutto il mondo per le loro ricerche e li aiuto a trovare i testi.

Avete una biblioteca importante..

http://www.sinaipalimpsests.org/

Abbiamo 3300 manoscritti e 8000 libri antichi in 13 lingue diverse.

Dopo la biblioteca Vaticana la nostra è la più importante al mondo.

Anch’io studio i manoscritti che non sono solo religiosi.

I testi sono d’astronomia, di storia, di filosofia e di religione, riguardano anche i padri della chiesa, molti di essi hanno studiato la filosofia ellenistica per capire e spiegare meglio il cristianesimo.

Possedevate la più antica bibbia al mondo…

I codice Sinaiticus

http://www.codexsinaiticus.org/en/

ci fu donato  da Giustiniano. Conteneva interamente l’Antico Testamento, è una delle 50 copie commissionate da Costantino intorno al 330, prestato allo studioso tedesco van Tischendorf (che la trovò nel monastero ndr) su richiesta dello zar di Russia, non fu mai più restituito. Nel 1933, è stato venduto da Stalin al museo britannico. Ora ci rimangono solo alcuni frammenti.

 

Parlate anche aramaico…

Abbiamo libri scritti in aramaico. Alcuni monaci parlano in aramaico in liturgia. La scrittura araba ha preso molto dall’aramaico. Gli aramaici hanno tradotto la scienza greca nella lingua araba.

 

Avete un museo importantissimo..

Il nostro museo è visitato da molti pellegrini. Esiste dal sesto secolo, è stato recentemente riorganizzato con l’aiuto del Metropolitan Museum. Abbiamo icone di diverse epoche, sono esposti tutti gli stili bizantini, per questo è il primo al mondo.

Le nostre icone sono prima dell’iconoclastia, l’iconoclastia non è mai arrivata nel Sinai.

Nelle bacheche sono visibili molti oggetti ad uso ecclesiastico di diversi paesi. Queste opere sono arrivate al Monastero da imperatori e credenti come doni di fede.

Qual è il rapporto con le tribù locali?

I beduini locali erano cristiani. Dopo la loro conversione continuano a lavorare nel monastero con amicizia non vedono un nemico negli altri.

I fanatici dell’Isis hanno cercato di fare 3 attentati. L’anno scorso è arrivato nella notte vicino al monastero un attentatore kamikaze che è stato neutralizzato dalla sicurezza. Noi monaci non abbiamo paura di morire come martiri, ma questo patrimonio deve rimanere per l’umanità.

Gregory Sinaite ha parteciato al Simposio Biross come un pittore…

Mi piace dipingere e creare mosaici mi relaziona con le persone, il mondo e la natura, colgo le emozioni, la pittura è come la musica. È universale. Sono lento nel dipingere e medito molto prima di fare le mie opere.

Ho studiato copyright e letteratura inglese in Egitto. Ho frequentato seminari di pittura in Italia e Grecia. Prima di diventare monaco studiavo e lavoravo. Dopo tre anni di noviziato sono diventato monaco.

Cosa farò e dove andrò. Dio decide per me quello che è meglio.

 

 

La storia del Monastero di Santa Caterina

Mosè e il Monastero di Santa Caterina su Sinai https://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_Santa_Caterina_(Egitto)

hanno un legame inscindibile.

La vita di Mosè (XIII a.c- XII a.c.) ruota attorno a questo luogo.

Il Cardinal Martini in una delle sue meditazioni: …“Mosè, stando là nel deserto, mentre pascola il gregge del suocero, vede un po’ lontano un roveto che brucia e gli sembra che continui a bruciare senza consumarsi; nel suo discorso (cfr. At. 7, 31), Stefano così commenta la scena: «Mosè si meravigliò» (o de Moyses idon ethaumasen). Questo mi piace molto: Mosè, che ha 80 anni, è capace di meravigliarsi di qualche cosa, di interessarsi a qualcosa di nuovo. Immaginiamoci quella grande pianura dell’Oreb, a 1700 metri di altitudine, sovrastata da grandi montagne, con terrazze successive di sabbia e di roccia: su una di queste terrazze c’è il nostro roveto”…

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_moses1.htm

Dio lo chiamò e gli parlò e gli ordinò di andare. Mosè affrontò il faraone chiedendo la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù; e ritornano con il suo popolo dopo tre anni arrivato sul Monte Sinai ricevette le tavole della Legge.

Tanto per gli Ebrei quanto per i cristiani egli fu la guida del popolo ebraico secondo il racconto biblico dell’Esodo, per i musulmani Mosè fu uno dei profeti dell’Islam.

Il Monastero è stato costruito intorno al roveto ardente e nella chiesa si conservano le reliquie di Santa Caterina (287-305) che, racconta la tradizione, “due angeli trasportarono da Alessandria al Monte Sinai. Esse vennero scoperte da un asceta che viveva non lontano da lì e, allorchè si costruì il grande monastero presso la montagna dove Mosè aveva parlato con Dio, lo si dedicò a Santa Caterina e vi si depositarono le sue Sante reliquie che liberano ancor oggi un profumo celeste e che hanno compiuto numerosi miracoli”. (http://www.ortodoxia.it/Santa%20megalomartireCATERINA.htm)

Il monastero, il più antico al mondo ancora in uso, è un centro monastico ortodosso. Nel 342, Elena madre dell’imperatore Costantino il grande, fece costruire un monastero con una cappella, dedicato alla vergine Maria sul luogo del roveto ardente. Successivamente l’imperatore Giustiniano, tra il 527 e il 547 d.C, ordinò la costruzione della chiesa conosciuta oggi come della Trasfigurazione, il mosaico situato nell’abside è stato restaurato recentemente da una equipe italiana.

http://www.cca-roma.org/it/monastero-di-santa-caterina-conservazione-del-mosaico-della-trasfigurazione

Giustiniano aveva anche ordinato la costruzione un’imponente cinta muraria con torrette per proteggere il monastero e rifornendolo di soldati romani per proteggerlo dagli attacchi dei beduini.

Anche dopo la conquista da parte degli arabi del Sinai nel 641 d.C., i monaci continuarono a vivere nel monastero, protetti da un editto di Maometto che assicurava loro la protezione.

https://www.agoravox.it/La-lettera-di-Maometto-a-difesa.html

 

Dove si trova

Il Monastero è situato nel Sud del Sinai, è nel centro di un triangolo tra il deserto di EL-Tih, il golfo di Suez e del golfo di Aqaba nel Sinai alle pendici settentrionali del Jebel Musa (2285 metri), è affiancato a sud est dal Jebel Kathrina e Jebel Abu Mas’ud (2135 metri) identificati con il biblico Monte Horeb.

 

L’UNESCO ha dichiarato il Monastero di Santa Caterina patrimonio dell’umanità dal 2002 per la sua architettura bizantina, la sua preziosa collezione di icone e per la grande raccolta di antichissimi manoscritti che costituiscono la più vasta e meglio conservata biblioteca di testi antichi bizantini dopo quella della Città del Vaticano. Inoltre, il monastero è considerato un luogo sacro dalle tre maggiori religioni monoteiste: il Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam.

 

«Santa Caterina è un luogo di incontro tra ebraismo, cristianesimo e islam – ha commentato durante la cerimonia per l’inaugurazione dei restauri del mosaico dell’abside il ministro El-Enany -. È espressione di quello che chiamiamo il genio dell’Egitto, con i suoi riflessi sull’armonia tra le componenti del suo grande popolo».

https://www.lastampa.it/2017/12/16/vaticaninsider/egitto-il-monastero-di-santa-caterina-al-sinai-ritrova-la-biblioteca-e-il-suo-mosaico-PAWF82mE1tRr92NBqXUGAL/pagina.html

 

Nello scrivere questo articolo mi sono documentato molto, trovando anche contraddizioni tra le varie fonti, ma sono uscito arrichito di conoscenza e ho ancora una volta amato l’umanità e la sua storia.

 

Giorgio Piccaia

 

 

Giancarlo Fabbri, CONVERGENZE FILOSOFICHE E RELIGIOSE DELLA RIVOLUZIONE CULTURALE DI CRISTO


CONVERGENZE FILOSOFICHE E RELIGIOSE DELLA RIVOLUZIONE CULTURALE DI CRISTO

 

Verso la metà del secondo secolo dopo Cristo, un rabbino incontrò casualmente un cristiano nella città Greca di Corinto e con lui avviò un approfondito esame riguardante l’esegesi sulle profezie accolte nella Bibbia.

L’incontro tra i due venne poi evidenziato in forma scritta dall’interlocutore Cristiano, di nome Giustino, e ci è pervenuto fino ai nostri giorni con il nome di “dialogo con l’ebreo Trifone” il quale, a prima vista, lo riconobbe come un filosofo in quanto indossava un cappello, il cosiddetto “pallium”, indossato dai maestri di filosofia.

Orbene, non manifestandosi apertamente nessun impedimento, egli ricompose la sua evoluzione intellettuale che lo aveva visto vagabondare attraverso varie scuole filosofiche: da quella platonica che conduce alla contemplazione della bellezza delle cose terrene e al bello eterno e immutabile; a quella stoica, il cui ideale etico era rappresentato dall’inerzia, l’indifferenza, dalla mancanza di volontà e d’interesse verso la vita e ai sentimenti raggiungibili attraverso l’esercizio delle virtù, la liberazione dalle passioni e il vivere secondo natura; e infine, alla scuola del pensiero aristotelico, restandone però del tutto inappagato fintantoché ebbe l’opportunità d’incontrare un maestro che lo spronò all’interpretazione e al commento della Bibbia e alla filosofia cristiana, quale unica e vera condizione di arrivare con certezza alla verità in senso assoluto, la quale, essendo rivelata direttamente da Dio, era accettata per convincimento senza l’intervento della ragione su Dio, il mondo e l’uomo.

Alcuni secoli dopo, il Vescovo di una città dell’Asia minore scrisse all’Imperatore Marco Aurelio, così sensibile e favorevole ai filosofi, ma non altrettanto accomodante verso i cristiani, additandogli la concomitanza dell’ordinamento in successione nel tempo, la fondazione dell’Impero Romano e l’origine della filosofia Cristiana, volendo in tal modo predire a entrambi una sorte che li avrebbe accomunati nei secoli a venire.

Nel pensiero Cristiano di tutti i primi secoli, il Cristianesimo era ritenuto una filosofia e non mancarono i pensatori che contribuirono a mutare il pensiero, l’autorità della religione e della filosofia.

L’avvento del Cristianesimo ha inciso sulla religione intesa fino ad allora come un fattore pubblico con i suoi rituali ai quali nessuno attribuiva una credenza, al massimo un contesto storico e sociale in cui si svolgeva una narrazione.

Il parlare di dio riguardava, invece, la filosofia che aveva a cuore la realtà specifica dei princìpi basilari della stessa, dove la tradizione platonica coincideva col pensiero astratto, nel pensiero scientifico, oltreché il partecipare alla divinità celeste.

Le diverse filosofie potevano ispirare a sostenere una rilevante morale che si traduceva in un certo modo di essere, di comportarsi ed agire in una esistenza al riparo da chi invece conduceva una realtà dedita ai piaceri e tanto osteggiata con tenacia e forza d’animo dagli storici nell’affrontare le sofferenze e le calamità.

 

 

Nell’accostarsi per la prima volta al mondo Greco e Romano dopo la sua origine dell’Ebraismo, il Cristianesimo accomunò in un contesto culturale il battesimo e l’eucarestia, promuovendo iniziative coordinate e vòlte alla fede religiosa cominciando dalla persona di

 

Cristo figlio di Dio, Gesù, che assume carne umana in Maria Vergine e nel rapporto con “il Dio creatore del Mondo, il padre”.

Da ciò, ebbero origine le pretese morali che preservavano vive le consuetudini e l’interpretazione della Bibbia.

Se la filosofia aveva all’inizio una esigua attenzione verso le classi più abbienti, essa era poi diventata “universale” a tutta la società attraverso l’attività di uomini di cultura e dei predicatori cristiani a partire dalla Bibbia nella sua ermeneutica.

Pertanto, il cristianesimo, riuscì a intercettare, raccogliere a rappresentare nella direzione voluta l’insieme di fatti socio-culturali contrassegnati o già in atto.

Il Cristianesimo, nell’offrirsi e facendosi conoscere al mondo Romano come una filosofia, raggiunse lo scopo di integrarsi nella intensa vita intellettuale delle città dell’Impero e superare, nel contempo, le incertezze e il disorientamento delle religioni tradizionali e dello stesso Ebraismo, dato che il Cristianesimo non celebrava ancora cerimonie sacrificali. (solamente due secoli più tardi ci sarà il proposito e l’intenzione della celebrazione della eucarestia intesa come sacrificio).

Il Cristianesimo, fortificandosi nel tempo, riuscì a egemonizzare la filosofia dell’Impero e si dedicò all’essenza della natura divina, quale soggetto trascendentale.

Con i pensatori Cristiani, il discorso su Dio cessa di essere parte importante sulla riflessione della realtà e si colloca così in piena autonomia all’apice delle conoscenze di un complesso organizzato di idee finalizzate ad altre discipline.

Da questo momento, la filosofia intraprenderà un tragitto che la porterà ad essere testimone della teologia e a promuovere nel medio evo l’insieme delle tre arti liberali, e cioè: grammatica, dialettica, retorica nel loro studio e insegnamento.

Nella società Cristiana medioevale, teologia e filosofia riguarderanno una ristretta cerchia elitaria tradendo, quindi, la raccomandazione del Cristianesimo, quale vera filosofia e tramite universale che conducono alla verità su dio e sull’uomo.

 

 

 

 

 

Ascona, ottobre 2018

Giancarlo Fabbri, Membro della Società Teosofica Svizzera

Giancarlo Fabbri, SAGGEZZA FILOSOFICA E IMPRENDITORIALITÀ


SAGGEZZA FILOSOFICA E IMPRENDITORIALITÀ

 

 

Negli Stati Uniti e, specificamente, nella Silicon Valley sono sorte nell’ultimo ventennio una miriade di aziende imprenditoriali, le quali avevano capito con avvedutezza l’importanza e la necessità in un apporto dei “cosiddetti filosofi imprenditoriali” alfine di aumentare l’importanza, la conoscenza e le potenzialità di tali aziende.

Orbene, chi sono allora questi filosofi imprenditoriali sempre più richiesti e convocati all’interno di una impresa produttrice di beni o servizi se non degli scrupolosi consiglieri di manager, che partecipano alle riunioni d’importanza vitale e aiutano il gruppo a  lavorare con maggiore efficienza ed appianare difficoltà personali o mutare il primo contatto con i colleghi.

A conti fatti, i colleghi sollecitati portano all’azienda pubblica o privata un nuovo criterio, più sciolto e aperto, più capacità inventiva.

Costoro sono i filosofi che non fanno obiezioni bensì, pongono questi appropriati che aprono la mente a nuovi percorsi vòlti alla riflessione e a un nuovo argomentare, cosicchè un’ostacolo insuperabile può divenire gestibile.

Attualmente, un esempio evidente è stato, per antonomasia, Sergio Marchionne che ha di nuovo sollevato una nota marca automobilistica.

Egli è stato un Manager-filosofo che ha fortemente sostenuto il ritorno di una sua vitale rinascita, dove filosofia e creazione umanistica coesistono in quanto rese libere e di sostegno nei confronti di profili economici, scientifici e di quegli operatori economici a livello internazionale.

Pertanto, filosofia e cultura di studi classici sono di aiuto e vanno oltre il superamento di difficoltà favorendo un miglior guadagno ed evitando possibili crisi.

Alla fine, si è capito che la “mescolanza” tra ambienti e imprenditoriali e umanistici avrebbe fatto nascere e delineare una formula vincente àtta al superamento di una brusca stasi dell’attività economica e a preservare i bilanci di chiusura.

Infatti, i capitani d’industria si domandavano quale fosse il peso che avevano i proprio prodotti in un quadro a grandi linee e s’interrogavano se ce ne fosse stato veramente la necessità.

Se tra gli operatori “si fa largo” l’idea che il guadagno non sia la sola cosa, ecco allora il filosofo-imprenditoriale che li aiuta a guardare al di là.

Poiché la sua professione non è definita, non figurando su un apposito albo, egli viene definito con un significato impercettibile a cavallo tra un supporto specifico nell’acquisizione di un più alto grado di consapevolezza e la stessa psicologia.

Pertanto, il filosofo aiuta ad accrescere il limite del ragionamento, propriamente là, dove sono i dirigenti con poteri decisionali, mentre gli impiegati guardano alla concretezza con programmi più creativi e nel relazionarsi con il lavoro.

 

 

 

 

Una manager, rischiarato dalla luce dell’intelligenza e lungimirante, non può  rinunciare agli insegnamenti classici e indirizzare il gruppo con capacità inventive di fronte a situazioni complesse e immaginare vedute, concrete e realizzabili.

Ora il manager, dal mito della caverna di Platone, può apprendere che la conoscenza aiuta a far comprendere i diversi aspetti di un problema e gestirli senza ritenerli “ingestibili” o “irrisolvibili”, mentre Socrate con la sua “maieutica” sembra bisbigliargli: “pensa con la tua testa” ed estrai il meglio dei tuoi ragionamenti senza sfociare in teorie ed opinioni già in atto.

Detto ciò, in una assemblea sortiranno buone idee di maggior interesse.

…. Ed oltre, ecco Aristotele suggerire (!) un colloquio basato su tre pilastri: l’Ethos, ossia la credibilità e l’emozione che suscitano in chi ascolta, il Pathos, che contempla i contenuti chiari; il Logos, quale attendibilità degli stessi.

C’è poi Cicerone e l’arte oratoria per riordinare in base a una struttura un discorso valido ed efficace su cosa si vuole dire e quali sono gli argomenti da esporre in maniera persuasiva, che si traducono in azioni.

Ed ecco Plutarco, secondo il quale un leader deve essere un buon esempio da imitare per tutti gli altri.

Da ultimo, vorrei citare Epicùro, per il quale il traguardo di ogni cosa è la felicità dell’uomo.

Il filosofo imprenditoriale mira a equilibrare l’intelligenza analitica con quella emotiva per evitare un modo di sentire caratterizzato dall’indifferenza e il disprezzo nei confronti di qualsiasi valore e sentimenti umani.

Quando la facoltà di ragionamento e la capacità inventiva trovano un loro fondamento, è possibile conseguire esiti eccezionali.

Nella trattazione sintetica di contenuto dei termini “filosofia e formazione umanistica” si è creato tra i due poli un stretto rapporto fra cose e persone diverse, che fa della economia l’ambiente ideale nel quale i filosofi sono i messaggeri spirituali dell’anima.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ascona, ottobre 2018

Giancarlo Fabbri, Membro della Società Teosofica Svizzera

 

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Scienziati di fama mondiale (PHD tutor di Stephen Hawkins): l’anima esiste ed e’ immortale, lo dimostra la fisica quantistica


Semmai qualcuno avrà letto questo articolo mi mandi una conferma a info@teosofia.ch : quando avrete letto tutto questo films come Brainstorm  sembreranno una favoletta praticamente realizzabilissima ! Anzi andiamo verso un trasferimento dell’anima su supporto informatico come in Trascendence 

Salve a tutti,

una cara amica, Valentina Nanut, oggi mi ha mandato un imput molto interessante :

FONTE

Per la cronaca Sir Roger Penrose era responsabile del PHD di Stephen Hawking.

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Una teoria rivoluzionaria sostiene che l’anima umana è una delle strutture fondamentali dell’Universo e che la sua esistenza è dimostrabile grazie al funzionamento delle leggi della fisica quantistica. Con la morte fisica, le informazioni quantistiche che formano l’anima non vengono distrutte, ma lasciano il sistema nervoso per essere riconsegnate all’Universo.

Due fisici quantistici di fama mondiale, l’americano dott. Stuart Hameroff e l’inglese Sir Roger Penrose, hanno sviluppato una teoria che potrebbe dimostrare definitivamente l’esistenza dell’anima. Secondo la Teoria Quantistica della Coscienza elaborata dai due scienziati, le nostre anime sarebbero inserite all’interno di microstrutture chiamate “microtubuli”, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali (neuroni).

L’anima sarebbe composta da prodotti chimici quantistici, che nel momento della morte fuggono dal sistema nervoso per entrare nell’universo.
La loro idea nasce dal concetto del cervello visto come un computer biologico.
La coscienza sarebbe una sorta di programma per contenuti quantistici nel cervello, che persiste nel mondo dopo la morte di una persona.
Le anime degli esseri umani sarebbero perciò molto più che la semplice interazione dei neuroni nel cervello: sarebbero della stessa sostanza dell’universo ed esisterebbero sin dall’inizio dei tempi.

Il dottor Hameroff, professore emerito nel Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia, nonché Direttore del Centro di Studi sulla Coscienza dell’Università dell’Arizona, ha basato gran parte della sua ricerca negli ultimi decenni nel campo della meccanica quantistica, dedicandosi allo studio della coscienza. Con il fisico inglese Roger lavora sulla teoria dell’anima come composto quantistico dal 1996.
I due studiosi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato degli effetti di gravità quantistica all’interno dei microtubuli.

In una esperienza di pre-morte i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni contenute in essi non vengono distrutte. In parole povere, l’anima non muore ma torna all’universo.
Con la morte, “il cuore smette di battere, il sangue non scorre, i microtubuli perdono il loro stato quantico”, ha detto il dottor Hameroff.

L’informazione quantistica all’interno dei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, si distribuisce soltanto e si dissipa nell’universo in generale, ha aggiunto.

Quando un paziente torna a vivere dopo una breve esperienza di morte, l’informazione quantistica torna a legarsi ai microtubuli, facendo sperimentare alla persona i famosi casi di premorte”,

continua Hameroff. La grande portata di questa teoria è evidente: la coscienza umana, così intesa non si esaurisce nell’interazione tra i neuroni del nostro cervello, ma è un informazione quantistica in grado di esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato. Si tratta di quella che per secoli le religioni hanno definito “anima”.

Questa teoria scientifica si avvicina molto alla concezione religiosa orientale dell’anima. Secondo il credo buddista e induista, l’anima è parte integrante dell’Universo ed esiste al di fuori del tempo e dello spazio. L’esperienza corporea (o anche terrena, materiale), non sarebbe altro che una fase dell’evoluzione spirituale della coscienza umana. Ma anche le religioni del libro, quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam, insegnano l’immortalità dell’anima. Chissà che questa teoria non possa aprire una nuova stagione di confronto positivo tra la ragione e la fede, la religione e la scienza.

https://en.wikipedia.org/w/index.php?search=Stuart+Hameroff%22&title=Special%3ASearch&fulltext=1

Orch-Or

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il Modello

Secondo la teoria formulata dal fisico inglese Roger Penrose, il cervello umano potrebbe non essere guidato da algoritmi. Presentare quindi processi o proprietà fisiche non descrivibili secondo il formalismo matematico tradizionale, ha costretto Penrose e Hameroff a ricorrere alla teoria quantistica per la definizione di un modello plausibile.

Nella teoria quantistica, le unità fondamentali, i quanti, sono per certi versi molto diversi dagli oggetti che si incontrano in fisica classica. Quando sufficientemente isolati dall’ambiente essi possono essere considerati come onde. Tuttavia tali onde non sono onde materiali ma essenzialmente onde di probabilità: la probabilità di trovare una particella in qualche posizione specifica. (Queste probabilità si applicano anche ad altri stati di particella, come la quantità di moto, ma per semplicità si farà riferimento alla sola probabilità di occupare una certa posizione). Il picco dell’onda indica la posizione nella quale si ha la massima probabilità di trovare una particella. Le diverse posizioni possibili per la particella sono indicate come sovrapposizioni quantistiche o semplicemente sovrapposizioni. Ci stiamo riferendo, ripetiamo, alla sola forma isolata dei quanti. Quando i quanti sono oggetto di misurazioni o d’interazioni con l’ambiente, la caratteristica rappresentazione ad onda di probabilità viene persa e le particelle finiscono per occupare una specifica posizione nello spazio. Questo cambiamento è comunemente indicato con il termine collasso della funzione d’onda.

Quando avviene il collasso, la scelta della posizione per la particella è casuale. Questa è una singolare condizione che mette in crisi i canoni della fisica classica. Non vi è alcun processo di causa-effetto e nessun sistema di algoritmi che possono prevedere la posizione assunta per le particelle.

Penrose ha ipotizzato che le idee esistenti sul collasso della funzione d’onda potrebbero applicarsi solo a situazioni in cui i quanti sono oggetto di misurazione o d’interazione con l’ambiente. Considerando il caso in cui i quanti non sono oggetto di misurazioni o interazioni e restano isolati dall’ambiente, egli ha proposto che essi possano essere soggetti a una diversa forma di collasso della funzione d’onda.

A queste particolari condizioni locali, Penrose ha applicato la teoria generale della relatività di Einstein e relative sue nozioni proprio sulla struttura dello spazio-tempo. La relatività generale afferma che spazio-tempo viene curvato da oggetti dotati di massa. Penrose, nel cercare di conciliare la relatività e la teoria quantistica, ha suggerito che su scala molto piccola questo spazio-tempo curvo non è continuo ma discreto e disposto in modo da formare una rete.

Penrose postula che ogni sovrapposizione quantistica ha una sua area specifica di curvatura dello spazio-tempo. Secondo la sua teoria, queste zone diversificate di curvatura dello spazio-tempo sono separate le une dalle altre e costituiscono una forma di bolla nello spazio-tempo. Penrose propone, inoltre, un limite alla dimensione di questa bolla spazio-tempo. Questo limite è dell’ordine della scala di Planck (10⁻³⁵ m). Oltre questo limite, Penrose suggerisce che lo spazio-tempo può essere visto come continuo e che la gravità inizia a esercitare la sua forza sulla bolla spazio-tempo. Da qui nasce un’instabilità al di sopra della scala di Planck, e il collasso si forma in modo da scegliere solo una delle possibili posizioni per particella. Penrose chiama questo evento riduzione oggettiva (OR), la riduzione è un altro termine utilizzato per il collasso della funzione d’onda.

Una caratteristica importante di riduzione di Penrose è che il momento del collasso è funzione del rapporto massa/energia degli oggetti in fase di collasso. Quindi maggiore è la sovrapposizione, più veloce sarà l’OR e viceversa. Per esempio, un elettrone separato, se isolato dal contesto, avrebbe bisogno di 10 milioni di anni per raggiungere la soglia OR. Un oggetto isolato di 1 Kg avrebbe raggiunto la soglia in soli 10-37 secondi. Tuttavia gli oggetti, da qualche parte tra la scala di un elettrone e le dimensioni di un gatto, potrebbero collassare entro tempi che sono quelli tipici dell’elaborazione neurale.

La soglia di Penrose per OR è data dal principio d’indeterminazione E=±/t, Dove E è l’autoenergia gravitazionale o anche il grado di separazione spazio-temporale dato dalla massa di superpositione, ± è la costante di Planck ridotta e t è il tempo fino al quale l’OR non si verifica.

Non ci sono prove per la riduzione oggettiva di Penrose, ma la teoria è considerata sperimentabile e sono in corso progetti per realizzare le sperimentazioni necessarie.

Dal punto di vista della teoria della coscienza, una caratteristica essenziale della riduzione oggettiva di Penrose è che la scelta degli stati in cui si verifica la riduzione oggettiva avviene in modo casuale, diverso sia dalle misure originate dal fenomeno di decoerenza, sia da una selezione completamente algoritmica. Piuttosto gli stati, si è proposto, siano selezionati da una ‘non-computabile’ influenza incorporata nel livello, fondamentalmente legata alla geometria dello spazio-tempo su livelli di grandezza dell’ordine della scala di Planck.

Quando scrisse il suo primo libro sulla coscienza, “La mente nuova dell’imperatore” (1989), Penrose non disponeva di una proposta dettagliata su come funzionassero i processi quantistici nel cervello. Successivamente, Stuart Hameroff, suggerì a Penrose che certe strutture all’interno delle cellule cerebrali (neuroni) potevano essere candidati idonei alla trasformazione quantistica e di conseguenza al fenomeno della coscienza. La teoria Orch-OR nacque, quindi, dalla collaborazione di questi due scienziati ed è esposta nel volume Ombre della Mente (1994).

Hameroff ha contribuito alla teoria derivata dallo studio delle cellule cerebrali (neuroni). Il suo interesse si è focalizzato sul citoscheletro, che fornisce la struttura interna di sostegno per i neuroni, e in particolare sui microtubuli, che sono la componente più importante del citoscheletro. Come hanno registrato i progressi delle neuroscienze, il ruolo del citoscheletro e dei microtubuli ha assunto enorme rilevanza. Oltre a fornire una struttura di supporto per la cellula, le funzioni note dei microtubuli comprendono il trasporto delle molecole, tra le quali anche le molecole dei neurotrasmettitori legati dalle sinapsi, il controllo dei movimenti della cellula, la sua crescita e la sua forma.

Hameroff ha proposto come i microtubuli siano i candidati idonei a supportare l’elaborazione quantistica. L’entanglement quantistico è uno stato in cui le particelle possono alterare l’un l’altro le proprietà istantaneamente e a distanza, in un modo che non sarebbe possibile, se fossero oggetti estesi su larga scala i quali obbedirebbero alle leggi della meccanica classica e non della fisica quantistica.

Nel caso degli elettroni Hameroff ha suggerito che, nella subunità di tubulina dei microtubuli, un gran numero di questi elettroni possono essere coinvolti in uno stato conosciuto come un Condensato di Bose-Einstein. Questa condizione si verifica quando un gran numero di particelle quantiche sono bloccate in fase e possono essere viste come un oggetto quantistico unico. Queste sono caratteristiche quantistiche su scala macroscopica, e Hameroff suggerisce che è attraverso una caratteristica di questo tipo di attività quantistica, che avviene di solito su scala molto piccola, che potrebbe essere implementata un’influenza su larga scala nel cervello.

Hameroff ha proposto che i microtubuli condensati in un unico neurone possano essere collegamenti con condensati di microtubuli in altri neuroni e cellule gliali via giunzioni gap. In aggiunta alle connessioni sinaptiche tra le cellule cerebrali, le giunzioni gap sono una categoria diversa di connessioni, dove il divario tra le cellule è sufficientemente piccolo da rendere possibile ad oggetti quantici l’attraversarlo per mezzo di un processo noto come tunnel quantico. Hameroff propone che tale tunnel consente ad un oggetto quantistico, come il condensato di Bose-Einstein di cui sopra, di passare in altri neuroni, e quindi di propagarsi su una vasta area del cervello generando un oggetto quantistico unico.

Si ipotizza inoltre che questa caratteristica quantistica su larga scala è la fonte delle onde gamma di sincronizzazione osservate nel cervello, e talvolta considerate come correlate al fenomeno della coscienza. A sostegno della teoria vi è che le giunzioni gap siano legate alle onde gamma, Hameroff cita una serie di studi degli ultimi anni.

La teoria Orch-R combina l’ipotesi di Penrose per quanto riguarda il teorema di Gödel, con l’ipotesi Hameroff con riguardo ai microtubuli. Insieme, Penrose e Hameroff hanno proposto che, quando si determinano condensazioni nel cervello sottoposto ad un riduzione oggettiva della funzione d’onda, il collasso è connesso a decisioni di carattere non computazionale incorporate nella geometria dello spazio-tempo .

La teoria propone inoltre che i microtubuli si influenzano mutuamente e sono influenzati dalle attività tradizionali delle sinapsi dei neuroni. L’Orch, del termine Orch-OR, sta per “orchestrato” dando così vita al nome completo della teoria Riduzione oggettiva orchestrata. L’Orchestrazione si riferisce al processo mediante il quale le proteine di un ipotetico connettivo, noto come microtubuli delle proteine associate (MAP) influenzano o orchestrano la trasformazione quantistica dei microtubuli.lkk[1]

Note

https://www.lastampa.it/2011/07/07/blogs/la-bussola-d-oro/la-danza-di-shiva-il-libro-dei-mutamenti-e-la-meccanica-quantistica-t7eLFZfVCHpF3Z853HqIUL/pagina.html

La Danza di Shiva, il Libro dei Mutamenti e la Meccanica Quantistica
MASSIMO CICCOTTI
07/07/2011

«In un pomeriggio di fine estate, seduto in riva all’oceano, osservavo il moto delle onde e sentivo il ritmo del mio respiro, quando all’improvviso ebbi la consapevolezza che tutto intorno a me prendeva parte a una gigantesca danza cosmica… ”vidi” scendere dallo spazio esterno cascate di energia, nelle quali si creavano e distruggevano particelle con ritmi pulsanti, “vidi” gli atomi degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a questa danza cosmica di energia, percepii il suo ritmo e ne “sentii” la musica, e in quel momento “seppi” che questa era la danza di Shiva, il Dio dei Danzatori adorato dagli indù.»

Così si esprime lo scienziato statunitense, Fritjof Capra, un fisico specializzato nel campo delle alte energie, nella prefazione al suo libro Il Tao della fisica. Capra è stato forse il primo a mettere in luce gli svariati punti di contatto tra la concezione taoista del cosmo e i principi fondanti dell’attuale fisica subnucleare, ovvero quell’insieme di teorie scientifiche sviluppatesi in opposizione alla fisica classica newtoniana. I due temi fondamentali di questa concezione moderna della fisica sono l’unità, l’interdipendenza di tutti i fenomeni e la struttura intrinsecamente dinamica dell’universo. Anche l’antica concezione orientale del mondo, cui Capra fa riferimento, era essenzialmente unitaria e dinamica, e i principi di mutamento/movimento ne costituivano il tratto essenziale.

Shiva è anche chiamato Nataraja, il «Signore della Danza», la cui danza cosmica, detta Tandava, è ciò tramite cui l’universo viene manifestato, preservato e infine riassorbito. Essa è simbolo dell’eterno mutamento della natura, dell’universo manifesto, che attraverso una danza scatenata Shiva equilibra con armonia, determinando la nascita, il moto e la morte di un numero infinito di corpi celesti. Nell’ambito dell’iconografia più classica, il dio viene rappresentato con una folta chioma, con quattro braccia (una per ogni punto cardinale), mentre compie un passo di danza. Due delle braccia sono aperte, leggermente piegate, una delle mani sorregge un tamburello, lo strumento musicale con cui ritma la sua danza e l’altra una fiamma che rappresenta il fuoco con il quale genera la distruzione. Shiva danza all’interno di un cerchio di fuoco, raffigurato da tante piccole fiammelle, che rappresentano il rogo del mondo. Schiaccia sotto il suo piede destro la figura mitologica di un nano, il quale rappresenta l’oscuramento cui sono preda gli esseri umani, e che solo il dio è in grado di dissolvere; oscuramento dovuto all’illusione dell’esistenza di una qualche realtà immutabile del mondo, che invece è solo transitoria (maya).

Quando Shiva inizia a danzare, tutta la Terra trema, e la vibrazione si estende a tutto l’Universo che, bruciando, si sgretola sotto il ritmo della danza. L’Universo si dissolve e la sua energia diminuisce sempre di più fino a concentrarsi in un singolo punto, questo punto lentamente si dissolve, lasciando solo un tenue suono, una vibrazione primitiva, di intensità sempre più debole, che alla fine si annulla disperdendosi nel vuoto. E il vuoto rimane tale, fino al momento in cui il dio, riprendendo la sua danza, decide di creare un nuovo Universo, ripercorrendo in senso opposto tutti i passaggi della distruzione: il ritmo della danza fa vibrare il vuoto, da cui scaturisce un suono, che si concentra in un punto denso e di dimensioni infinitesime, il quale continuando a vibrare, aumenta di dimensione fino ad esplodere in un nuovo Universo. A questo punto, Shiva smette di danzare e la creazione è compiuta. (non vi sembra la teoria del big-bang ante litteram?!)

Il messaggio spirituale di tutto l’Induismo è l’idea che la moltitudine di eventi e oggetti che ci circondano sono differenti manifestazioni della stessa realtà ultima, detto Brahman, sorta di “energia” cosmica, impersonale, inconoscibile, dalla quale si forma – per emanazione e non per creazione – tutto l’universo. Confondere le diverse forme in cui questi si presenta, senza percepire un’unità alla loro base, significa ricadere nel cosiddetto «incantesimo di Maya», nell’illusione di pensare le forme e le strutture attorno a noi come realtà della natura, anziché frutti della mente umana, la quale misura e classifica.

La Teoria della Relatività ristretta (Einstein, 1905), oltre a fondere insieme i concetti di spazio e di tempo, ha dimostrato che la materia altro non è che una forma di energia. La meccanica (o fisica) quantistica (Planck, Bohr, Heisenberg, Schrödinger, Dirac e altri, 1900-1928) ha evidenziato inoltre che, a livello subatomico, tale forma di energia è composta da onde vibranti. Partendo da queste premesse, secondo Capra l’universo sarebbe la manifestazione di un “campo” d’intelligenza universale, in grado di dare origine, di far scaturire ogni forma della realtà.

Sulla stessa convinzione si basa il Taoismo, che chiama tale realtà soggiacente alle cose Tao, caratterizzata da un mutamento costante e ciclico, di andata e ritorno tra due polarità opposte, lo Yin e lo Yang. Questa caratteristica dinamica è rappresentata dal simbolo cinese chiamato Tai Ji. I due punti nel diagramma corrispondono all’idea che ogni volta una delle due forze arriva al suo massimo, contiene già in se il seme del suo opposto.

Il ritorno è il movimento del Dao

La debolezza è l’efficacia del Dao

I diecimila esseri sotto il Cielo nascono dal «c’è»

E il «c’è» nasce dal «non-c’è»

(Lao Zi,40)

Le varie scuole e tradizioni del misticismo orientale, sebbene differiscano fra loro su una moltitudine di questioni particolari, sottolineano però tutte l’unità fondamentale dell’universo; l’aspirazione più elevata dei loro seguaci – siano essi indù, buddisti o taoisti – è quella di diventare pienamente consapevoli dell’unità e dell’interconnessione reciproca di tutte le cose (nel taoismo si tratta della conciliazione degli opposti, Yin e Yang), di trascendere la nozione di sé come individuo singolo e d’identificarsi con il principio ultimo della realtà.

Il raggiungimento di questa consapevolezza non è solo un atto intellettuale, razionale, ma un’esperienza che coinvolge l’intera persona e che fondamentalmente è di natura mistica (illuminazione). Nella concezione orientale, quindi, la divisione della natura in corpi o oggetti separati non è considerata fondamentale e ciascuno di tali enti ha un carattere fluido e continuamente mutevole. Poiché il movimento e il mutamento sono proprietà essenziali delle cose, le forze che generano il movimento, l’evoluzione, il cambiamento, sono una proprietà intrinseca e insita nella materia. Capra nel suo testo ci fa osservare che «quanto più profondamente penetriamo nel mondo submicroscopico, tanto più ci rendiamo conto che il fisico moderno, parimenti al mistico orientale, è giunto a considerare il mondo come un insieme di componenti inseparabili, interagenti e in moto continuo, e che l’uomo è parte integrante di questo sistema».

Uno dei concetti più interessanti che accomunano moderna fisica quantistica dei campi e filosofia taoista è quello di «Vuoto»: la distinzione tra le particelle e lo spazio che le circonda si fa sempre più sfumata e il Vuoto è concepito come un “campo”, il cui ruolo “creativo” e “attivo” nella creazione della materia è cruciale.

La teoria dei campi elaborata dalla fisica moderna ci costringe dunque ad abbandonare l’opposizione classica tra particelle di materia e Vuoto, tra Essere e Non-Essere: il Vuoto è ben lungi dall’essere sterile, esso contiene al contrario un numero incommensurabile di particelle che si producono e scompaiono in un processo senza fine. In questo aspetto della fisica moderna risiede dunque la più stretta corrispondenza con il Vuoto del misticismo orientale.

Trenta raggi convergono nel mozzo

Ma è proprio dove non c’è nulla che sta l’utilità della ruota

Si plasma l’argilla per farne un recipiente

Ma è proprio dove non c’è nulla che sta l’utilità del recipiente

Si aprono porte e finestre per fare una stanza

Ma è dove non c’è nulla che sta l’utilità della stanza

Così il «c’è» presenta delle opportunità, che il «non c’è» trasforma in utilità

(Lao Zi,11)

La filosofia cinese, ha sviluppato la nozione di configurazioni dinamiche che si formano e si dissolvono continuamente nel flusso cosmico del Tao. Nel Yi Jing o Libro dei Mutamenti queste configurazioni sono state elaborate in un sistema di simboli archetipici, i trigrammi e gli esagrammi, che rappresentano le configurazioni del Tao generate dall’azione reciproca del Yin e del Yang, e che rispecchiano tutte le situazioni possibili, sia nelle sfera naturale che sociale, passate, presenti e future. Queste situazioni perciò non sono concepite come statiche, ma piuttosto come un flusso e un mutamento continui, passibili di trasformarsi l’una nell’altra in uno stato di continua transizione.

Nella introduzione alla sua traduzione dello Yi JingRichard Wilhelmpresenta questa idea come il concetto fondamentale del Libro dei Mutamenti:

«I Mutamenti sono un libro

dal quale non bisogna stare lontani.

Costantemente muta il Senso suo,

alterazione e moto senza requie,

fluiscono per i sei vuoti posti,

salendo e ricadendo senza dimorare,

i solidi e i teneri si mutano.

Racchiuderli non vale in una norma;

è solo alteramento quello che qui opera.»

Il principio fondamentale che permette di ordinare le configurazioni, nel Yi Jing, è l’azione reciproca degli opposti polari yin e yang. Lo yang è rappresentato da una linea continua , lo yin da una linea tratteggiata , e l’intero sistema degli esagrammi è costituito in maniera naturale a partire da queste due linee. Combinandole in coppia, si possono ottenere quattro configurazioni:

e aggiungendo una linea a ciascuna di esse, si generano otto « trigrammi »

Nell’antica Cina, si riteneva che i trigrammi rappresentassero tutte le possibili situazioni cosmiche e umane. Vennero designati con nomi che ne riflettevano le caratteristiche fondamentali — ad esempio, « Il Creativo », « Il Ricettivo », « L’Eccitante », ecc. — e furono associati a molte immagini prese dalla natura e dalla vita sociale. Essi rappresentavano, per esempio, cielo, terra, fulmine, acqua, ecc., come pure una famiglia formata da padre, madre, tre figli e tre figlie. Inoltre, furono associati ai punti cardinali e alle quattro stagioni dell’anno, ed erano spesso disposti come nella figura. In questa disposizione, gli otto trigrammi sono raggruppati in cerchio nell’« ordine naturale » secondo il quale furono generati, a partire dall’alto (dove i Cinesi pongono sempre il sud). Questa disposizione presenta un alto grado di simmetria, in quanto i trigrammi opposti hanno le linee yin e yang scambiate.

Al fine di aumentare ulteriormente il numero delle possibili combinazioni, gli otto trigrammi vennero uniti a coppie disponendoli uno sull’altro. In questo modo, si ottennero sessantaquattro esagrammi, ognuno formato da sei linee intere o tratteggiate. Gli esagrammi furono disposti secondo diverse figure regolari tra cui una sequenza circolare che presenta la stessa simmetria che si ha nella disposizione circolare dei trigrammi.

Da quando Democrito ha parlato dell’atomo (dal greco ἄτομος – àtomos -, indivisibile) ne sono successe di cose: alla base dell’ontologia di Democrito c’erano i due concetti di atomo e di vuoto. Democrito per certi aspetti sostituì l’opposizione logica eleatica tra essere e non essere con l’opposizione fisica tra atomo e vuoto: l’atomo costituiva l’essere, il vuoto rimandava in un certo senso al non essere. Ma che cos’era un atomo per Democrito? La realtà degli atomi costituiva per Democrito l’arché, quindi l’essere immutabile ed eterno. Gli atomi erano concepiti come particelle originarie indivisibili: essi cioè erano quantità o grandezze primitive e semplici (= non composte), omogenee e compatte, la cui caratteristica principale è l’indivisibilità.

I grandi fisici del Novecento, prima hanno smontato l’atomo nei suoi componenti, protoni, elettroni, neutroni (l’atomo di Bohr era concepito come un piccolo sistema solare dove, attorno al nucleo, costituito da protoni e neutroni, orbitava un numero variabile di elettroni, a secondo della complessità dell’ atomo stesso) poi la ricerca ha dimostrato che i costituenti dell’atomo, le particelle subatomiche, sono configurazioni dinamiche che non esistono in quanto entità isolate, ma in quanto parti integranti di una inestricabile rete di interazioni. Queste interazioni comportano un flusso incessante di energia che si manifesta come scambio di particelle; un’azione reciproca dinamica in cui le particelle sono create e distrutte in un processo senza fine, in una continua variazione di configurazioni di energia. Le interazioni tra particelle danno origine alle strutture stabili che formano il mondo materiale, il quale a sua volta non rimane statico, ma oscilla in movimenti ritmici. L’intero universo è quindi impegnato in un movimento e in un’attività senza fine, in una incessante danza cosmica di energia.

Il “non-essere” indica l’inizio del Cielo e della Terra

I’ “essere” indica la madre dei diecimila esseri

Così, grazie al costante alternarsi del “non-essere” e dell’ “essere” che si vedranno

dell’uno il prodigio, dell’altro i confini.

Questi due, sebbene abbiano un’origine comune, sono designati con nomi diversi.

Ciò che essi hanno in comune, io lo chiamo il Mistero,

il Mistero Supremo, la porta di tutti i prodigi.

(Lao Zi,1)

Lo stesso può dirsi dei « mutamenti » del mondo delle particelle. Anch’essi rispecchiano le tendenze interne delle particelle che sono espresse, (in una astrusa teoria detta della “matrice S”, su cui per onestà intellettuale non oso avventurarmi …) in termini di probabilità di reazione. I mutamenti nel mondo delle particelle subatomiche danno luogo a strutture e a configurazioni che hanno uno stupefacente aspetto di simmetria.

Come avviene nel mondo delle particelle, le strutture generate dai mutamenti possono essere ordinate in varie figure simmetriche, per esempio la figura ottagonale formata dagli otto trigrammi, nella quale i trigrammi opposti hanno le linee yin e yang scambiate.

Questa figura è persino vagamente simile all’ottetto dei mesoni, nel quale particelle e antiparticelle occupano posizioni opposte. Il punto importante, tuttavia, non è questa somiglianza fortuita, ma il fatto che sia la fisica moderna sia l’antico pensiero cinese considerano il mutamento e la trasformazione l’aspetto principale della natura, e giudicano secondarie le strutture e le simmetrie generate dai mutamenti.

In fisica l’idea di simmetria ha un ruolo basilare nella concezione dello spazio-tempo della teoria delle relatività e nello studio delle particelle elementari. Un sistema si dice dotato di simmetria se si conserva inalterato in seguito a trasformazioni quali ad esempio il ribaltamento speculare, l’inversione temporale, la traslazione spazio-temporale. Sulla base di questo principio è stato possibile immaginare l’esistenza di certe particelle subatomiche: ad esempio nel 1930 Paul Dirac ipotizzò, in base a considerazioni puramente teoriche, che a ogni particella elementare fosse associata una antiparticella con caratteristiche simili, ponendo le basi per la teoria dell’antimateria. L’ipotesi di Dirac trovò le prime conferme sperimentali con la scoperta del positrone, l’antiparticella dell’elettrone, che fu individuata nel 1932 dal fisico americano Carl D. Anderson, e dell’antiprotone, scoperto nel 1955 dai fisici Owen Chamberlain ed Emilio Segré.

A livello atomico le proprietà di un oggetto hanno senso solo nel contesto dell’interrelazione con l’osservatore. Come disse Heisenberg “ciò che osserviamo non è la natura in se stessa ma la natura esposta ai nostri metodi di indagine”. Avviene una trasformazione del ruolo umano, da osservato e ‘partecipatore’.

Il misticismo osa spingersi più a fondo, abbattendo la distinzione tra osservatore e osservato, portando alla fusione del soggetto e dell’oggetto. Percepire tutte le cose come unicità non significa però affermare che esse siano tutte uguali. I mistici orientali riconoscono l’individualità delle cose, convinti però che le opposizioni e i contrasti sono relativi all’interno della unità che tutto comprende. Gli opposti infatti sono concetti astratti che appartengono al pensiero umano, categorie apparenti, in realtà estremi di un tutto. Poiché tutti gli opposti sono interdipendenti, il loro conflitto non può risolversi nella vittoria di un polo sull’altro, ma sarà caratterizzato dall’azione reciproca, un equilibri dinamico, che trova il suo simbolo negli archetipi di yin e yang.

Nella fisica moderna unificazioni di concetti opposti si possono trovare nel subatomico, dove le particella sono sia distribuite sia «indistribuite», dove la materia è continua e discontinua, dove forza e materia sono solo aspetti diversi dello stesso fenomeno. La risoluzione di tali opposti avviene tramite l’innalzamento ad una dimensione superiore, lo spazio-tempo quadridimensionale. Anche la via dei mistici prevede una multidimensionalità, percepita in modo diretto e concreto attraverso uno stato di profonda meditazione. Quando questi provano ad esprimere la loro esperienza attraverso le parole incorrono nelle stesse problematiche dei fisici moderni nel riferire di una realtà a quattro dimensioni.

Una caso esemplare dell’unificazione tra concetti opposti è sicuramente la duplice natura della materia come onda e come particella, a seconda delle situazioni. Un’onda è estesa nello spazio, è la propagazione di una perturbazione, mentre la particella sottintende una posizione spaziale precisa e definita. Nella meccanica quantistica si ha un una concezione di onda ancora più astratta, legata alla natura statistica dei fenomeni atomici, che possono essere descritti solo mediante la probabilità. Tali informazioni compongono la funzione di probabilità che a livello matematico viene rappresentata con formule analoghe a quelle per la descrizione di altri tipi di onde. Questa introduzione pone in un contesto totalmente nuovo il problema confrontando due concetti ancora più radicali: l’esistenza e la non-esistenza.

La particella ha una tendenza probabilistica ad esistere in diversi luoghi, e quindi si manifesta in uno stato fisico ibrido tra esistenza e non-esistenza. Per permettere una più facile comprensione di questa relazione tra coppie di opposti classici, Niels Bohr introdusse l’idea di complementarietà. Egli considerò le due rappresentazioni come descrizioni complementari della realtà, ciascuna delle quali solo parzialmente corrette e valide per un campo ristretto di applicazione.

Durante il suo viaggio in Cina, avvenuto successivamente all’elaborazione della sua teoria, lo scienziato fu colpito profondamente dall’analogia tra la propria intuizione e l’idea cinese di opposti polari. Da allora conservò un profondo interesse per la tradizione mistica, tanto da inserire il Tai Jiall’interno del suo stemma nobiliare, assieme al mottoContraria sunt complementa.

Accanto alla corrispondenza tra la concezione del mondo dei mistici e quello dei fisici moderni appaiono le numerose altre analogie tra queste due categorie. Il metodo per esempio, empirico in entrambi i casi, ovvero basato su osservazioni riconosciute come l’unica fonte di conoscenza. L’oggetto di tali osservazioni è molto diverso: il mistico guarda dentro la propria coscienza e i suoi livelli, giungendo al corpo come manifestazione fisica della mente; il fisico parte dallo studio del mondo materiale e giunge alla consapevolezza dell’unità di tutte le cose e di tutti gli eventi penetrando negli strati più profondi di essa.

Un ultimo punto in comune – e qui concludo, sperando che chi mi sta leggendo sia ancora sveglio – risiede nel fatto che le osservazioni di entrambi sono condotte in ambiti inaccessibili ai sensi comuni, dal mondo subatomico agli stati di coscienza non ordinari. Scienza e misticismo hanno molte cose in comune, ma sarebbe sbagliato ipotizzate una possibile sintesi. Semplicemente rappresentano aspetti complementari della mente umana e della sua facoltà di indagine, completamente differenti ma necessarie entrambe, per comprendere il mondo: i mistici conoscono le radici del Tao, ma non i suoi rami; i fisici al contrario conoscono i rami ma non le radici.

Riferimenti bibliografici:

Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Adelphi, Mi, 1990

I Ching il Libro dei Mutamenti, a cura di R.Wilhelm, Adelphi, Mi, 1991

Tao Te Ching il Libro della Via e della Virtù, a cura di J.J.L.Duyvendak, Adelphi, Mi, 1990

 

Neoplatonici/Teosofi nella storia …


Ipazia, nata ad Alessandria d’Egitto, fra il 355 e il 370, e là uccisa nel marzo 415 è stata una matematica, astronoma e filosofa greca antica. Rappresentante della filosofia neo-platonica, la sua uccisione da parte di una folla di cristiani in tumulto, composta di monaci detti parabolani, l’ha resa una martire della libertà di pensiero. Suo padre Teone, matematico, era il responsabile della biblioteca di Alessandria, che già aveva subito un’incendio provocato da Giulio Cesare. I rotoli e tutti i manoscritti superstiti erano conservati nel Serapeo, il tempio di Giove e furono incendiati dai cristiani insieme al tempio, distruggendo così una memoria del pensiero umano. Pensavano anche di cancellare la memoria di Ipazia, ma non ci sono riusciti. Nell’immagine, la “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio, in cui l’unica donna fra i filosofi è lei, Ipazia. Dalla Historia Ecclesiastica di Socrate Scolastico (Socrate Scolastico, 380-450, di religione cristiana, di professione avvocato): “Ad Alessandria c’era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni. Facendo conto sulla padronanza di sé e sulla facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza dello sviluppo della sua mente, non raramente apparve in pubblico davanti ai magistrati. Né lei si sentì confusa nell’andare ad una riunione di uomini. Tutti gli uomini, tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l’ammiravano di più. Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo fatto fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano che pensò fosse lei ad impedire ad Oreste di riconciliarsi con il vescovo. Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un’imboscata mentre ritornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l’assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono. Questo affare non portò il minimo obbrobrio a Cirillo, e neanche alla chiesa di Alessandria. E certamente nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che permettere massacri, violenze, ed azioni di quel genere. Questo accadde nel mese di marzo durante la quaresima, nel quarto anno dell’episcopato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio ed il sesto (anno di governo dell’imperatore) di Teodosio”.

Alessandria d’Egitto e il percorso del Sole

Una consuetudine ricorrente nell’antichità univa spesso gli elementi ingegneristici alle conoscenze astronomiche allorché si edificava: come nel caso della città fondata da Alessandro Magno.

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Quando tra il 332 e il 331 vennero poste le fondazioni di Alessandria d’Egitto lungo le coste del Mediterraneo, nel mettere in pratica le elevatissime competenze che gli antichi già possedevano nel campo ingegneristico, non ci si dimenticò di rendere omaggio al più potente Conquistatore dell’epoca, colui che volle che la città sorgesse: per tale ragione, si attinse alle profonde conoscenze astronomiche, parte fondamentale della vita di moltissime popolazioni anche precedenti ai greci, per orientare l’asse della città in modo da segnare, ogni anno, il giorno del compleanno di Alessandro Magno.

Una logica simbolica già riscontrata negli anni dagli studiosi in diverse strutture, sacre e non, dell’antichità (nonostante le trasformazioni che, molto spesso, gli edifici stessi hanno subito) e che si allinea perfettamente con quelle che erano le consuetudini di epoche remote in cui i confini della sacralità erano senza dubbio meno netti e distinti, rispetto a quella che è la nostra percezione attuale. Secondo i più speranzosi, le osservazioni della struttura della città di Alessandria potrebbero costituire una traccia fondamentale per la ricerca di un “tesoro” di cui gli archeologi sono “a caccia” da secoli: la tomba del condottiero macedone.

Uno studio recentemente pubblicato dall’Oxford Journal of Archaeology opera di Guido Magli e Luisa Ferro del Politecnico di Milano rivelerebbe infatti come gli elementi urbanistici principali originari testimonierebbero la scelta di edificare senza dimenticare assolutamente i criteri formali legati alla celebrazione e alla magnificazione del fondatore. E così, allo stesso modo del nome, anche la struttura di Alessandria doveva irradiare tutta la potenza di Alessandro: del resto, così andarono realmente le cose, se si pensa che proprio lì si erse dall’isolotto di Pharos quel faro che sarebbe stata una delle sette meraviglie del mondo antico, costruito tra il 300 e il 280 a. C. e che illuminò i mari e il porto fino al XIV secolo, quando fu distrutto dai terremoti. La stessa Alessandria fu un polo culturale di fondamentale importanza, soprattutto per la conservazione del patrimonio culturale della classicità greca, con la sua celeberrima Biblioteca che, costruita intorno al III secolo a. C., fu la più ricca del mondo antico.

Celebrato dalla città, dal Sole, dalla Stella Regolo
Osservando l’impianto urbanistico, i due studiosi avrebbero notato come l’asse longitudinale principale lungo il quale si sviluppa la griglia ortogonale, la “Via Canopica”, sarebbe orientato in modo da essere allineato con la posizione del Sole nell’alba di un giorno specifico: quello della nascita di Alessandro Magno, il 20 luglio. Il fenomeno sarebbe a tutt’oggi riscontrabile, con uno slittamento di qualche giorno, mentre non può dirsi lo stesso per la Stella Regolo la quale all’epoca era anch’essa posizionata lungo il medesimo allineamento e diveniva visibile dopo un periodo di congiunzione con il sole intorno alla stessa data del 20 luglio: l’orbita terrestre “non perfetta” ha modificato lievemente ciò che venne disposto per la costruzione della città.

Cionondimeno, la simbologia legata al Sole e alla Stella Regolo (la più brillante della costellazione del Leone e, in virtù di ciò nell’antichità associata al potere regale) ha certamente contribuito a rendere ricca e prospera la città di Alessandria, come senza dubbio era nelle intenzioni del fondatore: e questo, pur senza conoscere nel dettaglio le raffinatezze legate alla planimetria urbana e ai suoi rapporti con l’astronomia, era già noto a coloro i quali sanno quanto prestigio e quanta importanza ebbe nell’antichità, e per secoli, questo centro affacciato sul Mediterraneo.

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