Cultura e specializzazione
In un recente passato, era possibile conoscere delle persone di alto profilo e di grande notorietà, definite archètipi di onestà e integrità, capàci di essere maestri di se stessi e di provvedere alla formazione intellettuale e a un comportamento del vivere civile dei propri figli, affinché essi potessero vantare una condotta virtuosa da offrire in eredità ai futuri discendenti, i quali si sarebbero poi resi interpreti, trasferendo all’interno delle loro coscienze, i progetti di genitori e nonni.
Prendeva così forma un’aspettativa di caratteri forti e indipendenti e preparati ad affrontare problemi importanti con avvedutèzza ed equità e con quelle capacità morali di comprendere le persone nelle loro incombenze, tra le quali, ad esempio, l’apprestamento dei campi da parte del contadino; l’importanza della creatività dell’artigiano; la cura delle governante nell’interpretare le aspettative del proprietario di casa.
Senonché, con l’avvento della specializzazione nel lavoro, sono venute meno quelle capacità del fare che avevano esaltato e contraddistinto le innate attività dell’uomo, poiché tale specializzazione le ha molto ridotte nel suo contesto, rendendole monotone e ripetitive a tal punto che l’uomo non percepisce più un suo personale compiacimento bensì, il sentimento di un coinvolgènte smarrimento per la mancanza di un obiettivo mirato di archètipi incoerènti, che hanno generato una personalità ferita e in crisi, tanto da non sapere ormai discernere tra ciò che è buono, giusto e onesto da ciò che è inutile inopportuno e svantaggioso.
Per poter ricomporre questa armonia sociale e morale, sarebbe bene volgere lo sguardo, non solamente ad una presenza culturale, ma alla cultura classica, sostenuta da generazioni di intellettuali e votàta allo studio del sapere e della conoscenza, dell’essenza spirituale e dell’esegesi dell’animo per arrivare a comprendere l’apprezzamento o l’approvazione delle persone e a intendere chiaramente ciò che ha valore da ciò che non ha valore; ad intuire il sorgere di cose sagge oppure insensate, perché la cultura classica è la fonte celàta di una società umana e l’unica via intellettuale concessaci.
Essa dovrà, pertanto, farsi più interprete e partecipe se intende contrapporsi all’invadente specializzazione per salvare l’ambiente naturale e, con esso, il problema dell’esistenza, quali eredità di una mancata e inconsùlta lungimiranza; altrimenti diverremo sempre più super-specializzati e sempre più lontani, separati e privati di una palpitante cultura.
Ascona, maggio 2016
Giancarlo Fabbri, membro della società teosofica Svizzera

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