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Rivista Teosofica Svizzera/Ticinese (ADYAR)

~ Società Teosofica Ticinese ri-fondata il 29/9/2009.

Rivista Teosofica Svizzera/Ticinese (ADYAR)

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Karma e Arte

10 lunedì Nov 2025

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arte, cultura, filosofia


KARMA

(San.) – Fisicamente significa l’azione, metafisicamente è la LEGGE DI RETRIBUZIONE, la Legge della causa e dello effetto, o della Causalità Etica. Quando è Karma cattivo si può parlare di Nemesi. È l’undicesimo Nidana (le 12 cause dell’esistenza ) nella concatenazione delle cause e degli effetti del Buddhismo ortodosso; è il potere che controlla tutte le cose, il risultato dell’azione morale, il Samskara metafisico o l’effetto morale di un atto compiuto per ottenere qualcosa che soddisfi un desiderio personale. Esiste il Karma di merito ed il Karma di demerito. Karma non punisce nè ricompensa, esso è semplicemente la LEGGE universale unica che guida infallibilmente e, per così dire, ciecamente, tutte le altre leggi che producono certi effetti lungo i solchi delle loro rispettive causalità. Quando il Buddhismo insegna che “Karma è quel solo nocciolo centrale morale (di ogni essere) che sopravvive alla morte e che continua nella trasmigrazione”, o reincarnazione, esso vuole semplicemente dire che dopo ogni Personalità non rimane nulla, eccetto le cause che essa ha prodotte; cause che non muoiono, che non possono essere eliminate dall’Universo, fino a quando non sono rimpiazzate dai loro effetti giusti e, per così dire, da essi cancellati. Tali cause – a meno che non siano state compensate durante la vita di colui che le ha prodotte mediante effetti proporzionati – seguiranno l’Ego reincarnante e lo raggiungeranno nelle incarnazioni seguenti fino a quando non è pienamente ristabilita un’armonia fra gli effetti e le cause. Nessuna “personalità” – un semplice cumulo di atomi materiali e di caratteristiche istintive e mentali – può naturalmente, come tale, continuare nel mondo del puro Spirito. Solo ciò che nella sua natura è immortale o divino in essenza, cioè l’Ego, può esistere per sempre. E siccome è quest’Ego che, dopo ogni Devachan, sceglie la personalità che animerà e che, tramite quella personalità, riceverà gli effetti della cause Karmiche prodotte, è dunque lui, quest’Ego, il sè che è il “nocciolo morale” a cui si riferisce il Buddhismo e che incorpora il karma, “il solo che sopravvive alla morte”. Il termine sanscrito karman è composto da due monosillabi: kri (fare) e ma (un suffisso), da cui il significato “facendo”, ovvero “azione”. Il Karma, quindi, non è una Legge, nè un Dio, bensì la veste della natura, universale ed eterna, inveterata e primordiale, che opera sotto l’aspetto della necessità, come reazione della Natura in cui viviamo. Si applica su tutti i piani di esistenza e viene anche chiamato “legge della causalità etica” o “legge delle cause e degli effetti”. In altre parole, quando viene compiuto un atto da parte di una coscienza incorporata, esso crea una immediata catena di cause che agiscono su tutti i piani che la catena raggiunge, ossia tutti i piani sui quali le forze vanno ad agire. Il karma di un uomo nasce con l’uomo stesso; è l’uomo a generarlo ed è l’uomo a pagarne le conseguenze. Il suo intervento equilibratore gli ha meritato il nome di Grande Aggiustatore. Al karma sono legati i Lipika, gli Esseri divini che hanno la funzione di Archivisti; essi imprimono sulle tavolette della Luce Astrale le azioni ed i pensieri di ogni uomo. La Vita Una è in stretta relazione con l’unica legge che governa il Mondo dello Essere : il Karma, una legge non-legge. Ogni uomo, dalla nascita alla morte, tesse attorno a sè il suo destino, come il ragno la sua tela; il destino è guidato dal Prototipo invisibile che è fuori dell’uomo, ed anche del corpo astrale che è nell’uomo. Questi riflessi agiscono sull’uomo esteriore in modo conflittuale e le linee di questa battaglia senza fine vengono seguite dalla Legge di Compensazione. Quando la guerra finisce, l’ultimo filo è stato tessuto, e l’uomo è avvolto nelle sue azioni, che lo sballottano in modo apparentemente insensato : ciò è il karma, dai Greci chiamato Nemesi, governatore di uomini, famiglie, società, popoli, razze. Karma-Nemesi, di cui la Natura è serva, accomoda tutto nel modo più armonioso. Ed è serva anche l’Eredità, dal momento che karma governa le incarnazioni umane, sia individuali che razziali. Le vie del karma non sarebbero imperscrutabili se gli uomini fossero uniti in armonia, anziché divisi ed in discordia. L’uomo è il proprio salvatore o il proprio distruttore : una tale presa di coscienza eliminerebbe il male dal mondo e con esso anche il karma cattivo. Nell’esoterismo indù, Narada è l’unico confidente ed esecutore dei decreti universali del karma. Karma è una parola con diversi significati ed ha un termine speciale per ognuno dei suoi aspetti. Come sinonimo di peccato, ad esempio, esso significa il compimento di qualche azione per ottenere un oggetto di desiderio materiale, cioè egoista, che non può mancare di arrecare danno a qualcuno. Karma è una tale azione, ma Karma è anche la conseguenza dell’atto egoistico, la compensazione che ne deriva in base alla “Legge della Causa Etica”, l’effetto della Legge di Armonia. Karma-Nemesi non ha predestinato nulla e nessuno; esiste dall’Eternità, è nell’Eternità è l’Eternità. Esso è azione a pareggio : non crea, aggiusta. Il karma non distrugge la libertà individuale ed intellettuale; esso è Legge assoluta nel Mondo della manifestazione, ed è Uno con l’Inconoscibile. Al karma è legata in modo indissolubile la Reincarnazione della stessa Individualità spirituale, in una lunga, quasi interminabile, serie di Personalità. La sua silenziosa ed infallibile influenza spinge verso una sempre maggiore perfezione, sottolineando i cambiamenti con la sofferenza. Sotto la legge del karma, il Bene è servitore del Male, e viceversa. Esso è Moira, non solo Dea del Fato, ma Fato. È una legge misteriosa che non guarda in faccia nessuno e che, combinandosi con la legge di evoluzione, opera su sette sfere d’azione di forze combinate : superspirituale (o noumenica), spirituale, psichica, astro-eterea, sub-astrale, vitale e fisica. Il karma, come peccato, non si applica agli esseri non dotati di mente, quali sono i componenti del regno minerale, vegetale ed animale. Anche gli uomini della prima e della seconda razza non avevano e non creavano karma poiché erano senza mente e non potevano peccare. Karma e peccato sorgono con la terza razza e con la Conoscenza, altrimenti detta Peccato Originale. A conclusione, possiamo dire che il karma è il frutto delle azioni compiute da ogni essere; esso andrà a determinare una diversa rinascita nella scala degli esseri, e gioia o dolore nel corso della susseguente vita. Quando lo si intende come “destino” esso non è una forza arcana e misteriosa, ma un complesso di azioni-effetto a fronte di un complesso di azioni-causa. Karma è qualunque atto, sentimento, parola, pensiero compiuto dall’uomo che, per un tramite “non visto”, magicamente fruttifica in un evento cui l’uomo soggiace, essendone il responsabile.

una volta raggiunto il fine del ciclo delle reincarnazioni, che per alcune religioni si conclude con l’illuminazione (e la fine del karma) o con l’unione con il divino. Secondo la dottrina cristiana, invece, non avviene una reincarnazione, ma si crede in una singola vita e poi in un giudizio e nella vita eterna, come affermato nel Catechismo della Chiesa cattolica. 

  • Nelle tradizioni orientali (es. Buddhismo, Induismo): il ciclo di reincarnazione (Samsaracap S a m s a r a𝑆𝑎𝑚𝑠𝑎𝑟𝑎) si conclude quando l’anima si libera dal karma attraverso la realizzazione spirituale, raggiungendo il Nirvana o il Moksha. Questo è possibile grazie a pratiche spirituali che portano all’illuminazione e al raggiungimento di uno stato di non-azione o di liberazione dal ciclo del karma.
  • Nella tradizione cristiana: non esiste la reincarnazione. La dottrina cristiana, che si basa sull’assunto che “è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta” (Ebrei 9:27), afferma che dopo la morte c’è una sola vita e un unico giudizio. Lo spirito, dopo la morte, va nel mondo degli spiriti, che può essere il paradiso o la prigione degli spiriti. 
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Il concetto di “karma” nasce nell’antica India, con le prime attestazioni trovate nei Veda, i testi sacri vedici risalenti attorno al 1500 a.C., dove il termine sanscrito karman si riferisce genericamente all’azione, in particolare al rito sacro, e al principio di causa-effetto.​

Origine storica e trasformazioni

  • Nei Veda, karma indicava l’atto rituale, l’azione sacra collegata al sacrificio e ai benefici mondani e spirituali.
  • Con le Upanishad, a partire dal IX-VI secolo a.C., il termine acquisisce un significato etico e spirituale: l’azione morale di una persona determina le sue condizioni future, inaugurando il legame tra karma, reincarnazione e liberazione (mokṣa).​
  • Dal VI secolo a.C. in poi, la riflessione ascetica e filosofica indiana (induismo, buddhismo, giainismo) evolve il concetto di karma come legge universale che regola le conseguenze delle azioni nel ciclo delle rinascite.​

Diffusione nelle religioni e in Occidente

  • Il concetto è divenuto centrale nell’Induismo, Buddhismo, Sikhismo e Giainismo.​
  • Solo nel XIX secolo si diffonde in Occidente, anche grazie alla Società Teosofica e poi alle correnti New Age.​

In breve, il karma nasce come idea rituale nei Veda, evolve in nozione etico-spirituale nelle Upanishad e assume il suo significato di legge morale nella filosofia indiana dal VI secolo a.C. in poi.

​Diffusione e adattamento teosofico

  • La Società Teosofica (fondata da Helena Petrovna Blavatsky nel XIX secolo) è stata determinante nell’introdurre il karma in Occidente, presentandolo come legge universale di causa-effetto che regola non solo la reincarnazione, ma anche l’armonia del cosmo e la giustizia divina.​
  • Blavatsky promosse l’idea che ogni azione genera una conseguenza sul piano dell’anima, non come punizione ma come opportunità di apprendimento ed evoluzione spirituale, distinguendo fra karma “retributivo” e karma come “legge naturale” di crescita e correzione.​
  • In ambito teosofico, il karma è inteso non solo come bilancio tra azioni buone e cattive, ma come forza che guida la crescita dell’Io e la progressiva liberazione dal ciclo delle rinascite, in sintonia con un destino cosmico.​

Impatti sulla cultura occidentale

  • Il concetto teosofico di karma ha influenzato la cultura new age, la psicologia transpersonale, l’antroposofia (Steiner) e parte della letteratura spiritualistica del ‘900, semplificando la legge orientale di causa-effetto come “quello che semini raccogli” in tutte le sfere dell’esistenza, anche in assenza della reincarnazione.​
  • In Occidente il karma viene spesso percepito non tanto come fatalismo o destino, ma come principio etico per la vita quotidiana: le azioni hanno sempre conseguenze, e la responsabilità esistenziale è centrale.​

In sintesi, la Teosofia ha “tradotto” il karma per il pubblico occidentale, sciogliendolo dagli elementi rituali e reincarnativi orientali e presentandolo come una legge morale universale e strumento di evoluzione dell’anima, accessibile e applicabile a chiunque.

​L’arte spirituale e la sua connessione con concetti come il karma e la Teosofia sono stati storicamente sottovalutati e in molti casi sminuiti nel sistema artistico occidentale tradizionale, dove l’enfasi era spesso posta sull’estetica “visibile” e sulle correnti mainstream della modernità.​

Perché gli artisti spirituali sono stati sfavoriti

  • Gli artisti che si ispiravano a dottrine esoteriche, spirituali e teosofiche, spesso uscivano dagli schemi accettati dall’arte istituzionale e dalle critiche ufficiali. Questo li ha relegati ai margini o addirittura etichettati come “eretici” o “visionari fuorviati”.​
  • Il ruolo della teosofia nell’arte moderna, benché fondamentale per la nascita dell’astrattismo e dell’arte simbolica, è stata volutamente minimizzata o ignorata perché metteva in discussione le concezioni materialistiche, razionali e laiche predominanti, che attribuivano valore soprattutto alla forma, al mercato e al riconoscimento istituzionale.​
  • Gli influssi teosofici aprivano la porta a una dimensione “invisibile” e metafisica dell’arte, rompendo con la tradizione naturalista e figurativa dominante, creando incomprensioni e resistenze culturali.​

L’influenza della Teosofia sull’arte moderna

  • La Teosofia, soprattutto attraverso la Società Teosofica fondata da Helena Blavatsky, ha influenzato artisti come Vassily Kandinsky, Piet Mondrian, Hilma af Klint, Nicholas Roerich, Frantisek Kupka e Kazimir Malevich, che hanno cercato di esprimere attraverso l’arte principi spirituali, geometrie sacre e dimensioni nascoste della realtà.​
  • L’arte astratta nasce in parte come ricerca di una realtà oltre il visibile e il materiale, dove il colore, la forma e la linea diventano strumenti per veicolare concetti spirituali e karmici.​

Come oggi si sta ponendo rimedio

  • Negli ultimi decenni, con l’affermarsi degli studi interdisciplinari e accademici sul rapporto tra esoterismo e arte, oltre a mostre come “The Spiritual in Art” (Los Angeles, 1986) e convegni internazionali, si è iniziato a riconoscere e valorizzare l’influenza della Teosofia e dello spirituale in arte come parte integrante della nascita dell’arte moderna.​
  • L’interesse accademico, insieme a una divulgazione più ampia, sta riducendo la marginalizzazione di questi artisti e delle correnti spirituali, riconoscendo che il loro contributo fu innovativo e profondo, e che il rifiuto iniziale era parte delle dinamiche culturali del tempo.​
  • L’arte contemporanea si apre oggi a una pluralità di espressioni spirituali, con molti artisti che inseriscono temi di consapevolezza interiore, trascendenza, karma e metafisica, rivelando come il dialogo tra arte e spiritualità sia vivo e in evoluzione.​

In sintesi, la Teosofia ha avuto un ruolo cruciale nel plasmare l’arte moderna, ma questo contributo fu inizialmente sminuito da motivi culturali e ideologici. Oggi, grazie a una nuova sensibilità critica e storica, si riconosce e valorizza il ruolo dello spirituale e karmico nell’arte, aprendo nuove prospettive di interpretazione e apprezzamento.​

Le istituzioni artistiche hanno spesso sminuito lo spirituale per diverse ragioni culturali, ideologiche e storiche legate alle dinamiche del potere, del mercato e della visione dominante dell’arte.​​

Ragioni principali

  • Dominanza del razionalismo e materialismo: Per lungo tempo, specialmente con l’avvento della modernità, le istituzioni artistiche hanno privilegiato un approccio razionale, tecnico e formale all’arte, vedendo lo spirituale come qualcosa di “irrazionale”, soggettivo o addirittura superstizioso, quindi incompatibile con i valori della scienza e della modernità.​
  • Centralità del mercato e dell’istituzionalizzazione: Il mercato dell’arte e le istituzioni culturali sono stati orientati a valorizzare opere che rispondessero a logiche estetiche, commerciali e di prestigio sociale più che a tematiche spirituali o esoteriche, considerate marginali o “di nicchia”.​​
  • Paura di contaminazioni dottrinarie: Lo spirituale, spesso associato a dottrine religiose o esoteriche come la Teosofia, è stato evitato o marginalizzato per timore di conflitti con istituzioni laiche, norme politiche, o per evitare il rischio di apparire anti-scientifici o fanatici.​
  • Controllo del discorso culturale: Le élite culturali e curatoriali hanno ereditato e consolidato paradigmi che privilegiano certe narrazioni storiche ed estetiche, spesso relegando il “fuori canone” spirituale in spazi meno visibili o specialistici.​​

Conseguenze e risposte recenti

  • Questo atteggiamento ha portato a un’incompletezza della storia dell’arte ufficiale, che ha spesso ignorato o sottovalutato il contributo di artisti spirituali e del simbolismo teosofico nella nascita dell’arte moderna.​
  • Negli ultimi decenni, grazie a ricerche interdisciplinari, mostre specifiche e l’attenzione crescente verso tematiche spirituali e metafisiche, le istituzioni stanno iniziando a riconoscere e valorizzare questo aspetto, riconsiderando la centralità di spiritualità e karma nella storia dell’arte.​​
  • C’è una maggiore apertura verso forme artistiche che integrano la dimensione spirituale, con curatori, storici dell’arte e musei che sviluppano programmi e mostre per colmare questa lacuna culturale.​

In sintesi, lo sminuire lo spirituale nelle istituzioni artistiche è stato il risultato di un mix di prevalenza culturale del razionalismo, interessi economici e timori ideologici, ma oggi si sta assistendo a una riabilitazione critica che mira a includere questa dimensione nel racconto completo dell’arte moderna e contemporanea.


Teosofia e arte: la rivoluzione negli studi

  • Fino al 1970, la relazione tra Teosofia e arte era un tema quasi ignorato dagli studiosi.
  • La svolta avvenne grazie al finlandese Sixten Ringbom, autore del libro The Sounding Cosmos, che studiò i rapporti fra la Teosofia e Wassily Kandinsky.
  • Dopo quella pubblicazione, nacque una nuova corrente di ricerca tra gli storici dell’arte, che cominciarono ad approfondire l’influenza delle idee teosofiche su artisti come Kandinsky e Piet Mondrian.
  • Tuttavia, ci furono forti resistenze accademiche e commerciali:
    • I critici “formalisti” o marxisti di allora giudicavano la Teosofia un’ideologia irrazionale.
    • I mercanti d’arte temevano che associare gli artisti a una “setta teosofica” potesse svalutare le opere.
  • Persino la vedova di Kandinsky, uccisa poi dai ladri in Svizzera, reagiva con violenza a chi evocava il legame tra il marito e la Teosofia.

Tre fasi del rapporto fra Teosofia e arte

Tre grandi periodi storici:

1. Arte didattica o “blavatskiana”

  • Nasce intorno a Helena Petrovna Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica.
  • L’arte di questo periodo ha finalità esplicite di illustrazione dottrinale e ritratto dei Maestri teosofici.
  • Figure principali:
    • Hermann Schmiechen, pittore tedesco divenuto ritrattista della corte vittoriana, autore dei ritratti “canonici” dei Maestri Morya e Koot Hoomi.
      • I dipinti, racconta Introvigne, nacquero per “via telepatica”: Blavatsky inviava immagini mentali al pittore tramite la medium americana Laura Holloway.
    • Reginald Machell, pittore inglese poi affiliato al gruppo teosofico scismatico di Katherine Tingley a Lomaland (San Diego), autore de Il Cammino, quadro simbolico del percorso teosofico.
    • Machell disegnò anche l’urna funeraria con le ceneri di Blavatsky.
    • Purtroppo, molte opere di Machell furono distrutte nell’incendio della sede teosofica di Pasadena (California).

2. Periodo simbolista

  • Fine XIX – inizio XX secolo. L’arte simbolista europea viene fortemente influenzata dalla Teosofia, che ispira nuovi linguaggi spirituali e visivi.
  • Artisti direttamente coinvolti:
    • Jean Delville (Belgio), teosofo e fondatore della Società Teosofica belga; autore di dipinti esoterici come L’Idée e La Scuola di Platone.
    • Kazimierz Stabrowski (Polonia), teosofo e maestro di Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, pittore e musicista lituano che frequentava le riunioni teosofiche di Varsavia.
    • Józef Váchal (Boemia, odierna Repubblica Ceca), figura importante del simbolismo locale.
    • Malcolm de Chazal (isole Mauritius), artista non iscritto ma profondamente influenzato dalla dottrina teosofica.
    • Paul Gauguin, non teosofo ma lettore di La Dottrina Segreta di Blavatsky durante il suo soggiorno a Tahiti; i suoi corrispondenti sono teosofi francesi come Paul Sérusier.
    • René Guénon, inizialmente vicino a circoli teosofici parigini frequentati dal pittore Maurice Chabas.
    • In Finlandia, artisti come Akseli Gallen-Kallela e diversi simbolisti locali mostrarono conoscenza diretta della Teosofia.
  • In questo contesto si forma il ponte verso l’astrattismo, ispirato dal concetto teosofico di forme-pensiero (dal libro Thought-Forms di Annie Besant e Charles W. Leadbeater) e dalla mistica di Édouard Schuré, autore di I grandi iniziati.

3. Arte astratta e modernità

  • L’astrattismo nasce anche come proseguimento spirituale del simbolismo teosofico.
  • Wassily Kandinsky non fu mai iscritto, ma partecipò a conferenze teosofiche in Germania, conobbe Rudolf Steiner e ne fu influenzato.
  • Piet Mondrian, invece, fu iscritto alla Società Teosofica olandese per tutta la vita.
    • Le sue opere della fase pre-astratta contengono chiari riferimenti teosofici.
    • Il suo neoplasticismo è concepito come rappresentazione visiva dell’ordine divino e dell’equilibrio cosmico.
    • Aveva scritto un lungo trattato su arte e teosofia, mai pubblicato dalla sezione olandese perché considerato “troppo astruso”, oggi perduto.
    • Negli Stati Uniti, corrispondeva con la giovane teosofa Charmion von Wiegand, che condivise e proseguì le sue idee.

Diffusione in America e in Canada

  • In Canada, il pittore Lawren Harris (del Group of Seven) fu teosofo attivo: condusse addirittura trasmissioni radiofoniche sulla Teosofia.
  • Harris visse poi nel New Mexico, dove fondò con altri artisti teosofi, tra cui Emil Bisttram e Agnes Pelton, il Transcendental Painting Group.
  • Negli Stati Uniti, Jackson Pollock ebbe contatti con la Società Teosofica e con Jiddu Krishnamurti, sia all’inizio che alla fine della sua vita.
  • In America Latina, il pittore uruguaiano Joaquín Torres García elaborò un astrattismo spirituale influenzato da idee teosofiche.

La scena italiana

  • L’Italia ebbe a sua volta un ruolo importante:
    • Il circolo teosofico di Livorno, animato dal belga Charles de Liedt, soggiornò in Italia quasi trent’anni e trasmise idee esoteriche a vari artisti.
    • Giacomo Balla, tra i maggiori futuristi, frequentò la Società Teosofica e il gruppo di Decio Calvari (scisma teosofico italiano).
    • Anche Ardengo Soffici, i fratelli Corrado e Gino Ginanni Corradini e persino Umberto Boccioni lessero e discussero pubblicamente testi teosofici.

Conclusione

  • La Teosofia, pur essendo una realtà numericamente ridotta rispetto alle grandi religioni, ha esercitato una delle più profonde influenze sull’arte moderna.
  • Questa influenza è “motivo di orgoglio per i teosofi”, dimostrando che le loro idee hanno contribuito a plasmare il linguaggio visivo del Novecento.
  • I teosofi contemporanei continuano a collaborare con gli studiosi, poiché le loro dottrine “valgono la pena di essere studiate” anche nel XXI secolo.

Personaggi principali

Helena P. Blavatsky – Annie Besant – Charles W. Leadbeater – Hermann Schmiechen – Reginald Machell – Laura Holloway – Katherine Tingley – Sixten Ringbom – Wassily Kandinsky – Piet Mondrian – Rudolf Steiner – Eduard Schuré – Jean Delville – Kazimierz Stabrowski – M. K. Čiurlionis – Józef Váchal – Paul Gauguin – Paul Sérusier – Maurice Chabas – René Guénon – Akseli Gallen-Kallela – Malcolm de Chazal – Lawren Harris – Emil Bisttram – Agnes Pelton – Jackson Pollock – Jiddu Krishnamurti – Joaquín Torres García – Charles de Liedt – Giacomo Balla – Ardengo Soffici – Corrado e Gino Ginanni Corradini – Umberto Boccioni.

Per approfondire : https://theosophyart.org/

Ecco una mappa chiara su “il karma dello spirituale nell’arte” e perché spesso incontra negazionismo.

Idea guida

Per karma intendo qui la catena di cause/effetti storici: certe scelte teoriche, istituzionali e comunicative hanno prodotto, nel tempo, riconoscimenti ma anche rimozioni dello spirituale nell’arte.

Perché il negazionismo? (8 cause ricorrenti)

  1. Secolarizzazione dell’arte: dal modernismo in poi si è imposto il mito dell’“autonomia formale” (arte = forma pura), che ha reso sospetto ogni contenuto “religioso/esoterico”.
  2. Formalismo da Guerra fredda: critica e musei hanno privilegiato letture estetiche “neutre” (forma, superficie) scoraggiando fonti spirituali.
  3. Paura della pseudoscienza: frodi spiritiche, occultismo da rotocalco, new age kitsch → riflesso difensivo: “meglio non toccare”.
  4. Zavorre storiche reali: in testi teosofici/occultisti d’epoca compaiono linguaggi oggi problematici (orientalismo, razzializzazioni, scientismo ingenuo).
  5. Ermetismo degli autori: gergo iniziatico, simboli senza chiavi, scarsa documentazione → il pubblico accademico diffida.
  6. Mercato e branding: paura che “spirituale” = “decorativo/terapeutico”, fuori dal prestigio dell’alta cultura.
  7. Canone parziale: archivi dispersi o ignorati (diari, lettere, conferenze) che mostrano il ruolo dello spirituale nella nascita dell’astrazione e oltre.
  8. Bias metodologico: in storia dell’arte e religious studies talvolta si adotta un “ateismo metodologico” che riduce l’esperienza a sociologia, cancellando ciò che i protagonisti dichiarano.

Il “karma interno”: dove lo spirituale si è fatto male da solo

  • Universalismi assoluti (“una sola Verità per tutti”) che appiattiscono differenze culturali.
  • Gurismo e dogmatismi che screditano la serietà della ricerca.
  • Prove deboli (citazioni vaghe, bibliografie mancanti).
  • Reti chiuse: autoreferenzialità e poca peer review.
  • Iconografie ripetitive che confermano i pregiudizi (“mistico = vago”).

Il “karma fruttuoso”: ciò che ha dato frutti duraturi

  • Innovazioni linguistiche (astrazione, sinestesia, ritmo, luce interiore).
  • Ponte tra culture (India–Occidente, Egitto–Avanguardie).
  • Etica dell’attenzione (processi lenti, coscienza, disciplina del gesto).
  • Ecologia percettiva (opera come spazio che trasforma chi guarda).

Come sciogliere il negazionismo (cassetta degli attrezzi)

  1. Metodo agnostico: descrivi i fatti senza chiedere al pubblico di “credere”.
  2. Doppia didascalia: una lettura formale + una sorgente spirituale documentata (diario, lettera, libro sul tavolo dell’artista).
  3. Timeline verificabile: chi/che cosa/quando (testi letti, persone incontrate, luoghi).
  4. Glossario minimo: parole-chiave spiegate in 1 riga (karma, atman, Amduat, ecc.).
  5. Trasparenza critica: riconosci le parti datate o controverse delle fonti storiche.
  6. Archivi al centro: riproduci pagine, marginalia, appunti—sono “prove” che parlano.
  7. Dialogo disciplinare: storici dell’arte + studiosi di religioni + filosofi della mente.
  8. Esercizi di fruizione: protocolli sobri di attenzione (2 minuti) legati all’opera, senza retorica.
  9. Linguaggio sobrio: niente iperboli metafisiche; chiarezza, precisione, fonti.
  10. Valorizza i casi “forti”: quando c’è documentazione solida (diari, corrispondenze), usali come casi scuola per spostare lo standard.

Frasi pronte (per pannelli o cataloghi)

  • “Questa opera è leggibile sia come ricerca formale sia come pratica di coscienza: i diari dell’artista registrano letture e rituali che informano scelte cromatiche e spaziali.”
  • “L’uso del termine ‘karma’ qui non è moraleggiante: indica un processo di apprendimento causale tra gesto, percezione e abitudini estetiche condivise.”

In una riga

Il negazionismo verso lo spirituale nasce da cicli storici di difesa laica e da errori del campo spirituale; si supera seminando prove, metodo e dialogo—questo è il karma buono che oggi possiamo attivare.

Research Center

Lipikas

Esseri celesti che registrano le azioni karmiche, per questo spesso chiamati “Signori del Karma”. La parola deriva dalla radice sanscrita lip che significa “scrivere, ungere, imbrattare, ecc.”

La Dottrina Segreta li descrive così:Misticamente, questi Esseri Divini sono connessi al Karma, la Legge della Retribuzione, poiché sono gli Archivisti o Annalisti che imprimono sulle (per noi) invisibili tavolette della Luce Astrale “la grande galleria di immagini dell’eternità” – una fedele registrazione di ogni atto, e persino pensiero, dell’uomo, di tutto ciò che è stato, è o sarà nell’Universo fenomenico. Come detto in “Iside” (I:343), questa tela divina e invisibile è il LIBRO DELLA VITA. . . . I Lipika… proiettano nell’oggettività dalla Mente Universale passiva il piano ideale dell’universo, sul quale i “Costruttori” ricostruiscono il Kosmo dopo ogni Pralaya. . . . (SD I:104)

I Lipika sono quindi definiti Spiriti dell’universo, mentre i cosiddetti “Costruttori” sono Spiriti Planetari. Sono divisi in tre gruppi principali, ognuno dei quali ha sette sottogruppi.

Sono identici ai quattro Angeli Registratori della Cabala, ai quattro Mahârâja e al Chitra-Gupta nell’Induismo, e ai quattro “Immortali” dell’Atharva Veda, guardiani dei quattro diametri. Nel Nuovo Testamento, sono identificati con il “Libro della Vita” dell’Apocalisse. Questo processo di registrazione dei Lipika non deve essere inteso in alcun modo come un giudizio, ma piuttosto come una registrazione fotografica di tutte le azioni.

La Dottrina Segreta afferma che i Lipika separano anche il piano dello spirito puro e della materia, ponendo una barriera invalicabile tra l’ego personale e il Sé impersonale. Questo è il cerchio dell'”Anello Invalicabile” che non può essere attraversato dagli esseri umani fino alla fine del manvantara o nel giorno “Sii-Con-Noi”, a meno che non si siano qualificati per “tornare al loro Elemento primordiale” (SD I:130).

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Dalla Bella Addormentata ai Maestri Teosofici: il mistero di Hermann Schmiechen

09 domenica Nov 2025

Posted by abcsocial in Articoli della Rivista Teosofica Ticinese

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Tag

art, arte, design, musica


Traduzione di https://bitterwinter.org/from-sleeping-beauty-to-theosophical-masters-the-mystery-of-hermann-schmiechen/

14/12/2024MASSIMO INTROVIGNE

Il pittore bavarese realizzò i ritratti più famosi dei maestri Koot Hoomi e Morya, a quanto pare non con mezzi del tutto naturali.

di Massimo Introvigne  

La Bella addormentata di Schmiechen.
La Bella addormentata di Schmiechen.

Secondo la Società Teosofica, i Maestri non sono esseri divini, ma esseri umani pienamente realizzati che, pur avendo completato il ciclo delle reincarnazioni, hanno deciso di rimanere sulla Terra per aiutare l’umanità. Vivono in luoghi inaccessibili, ma comunicano con donne e uomini selezionati in diversi modi, tra cui, almeno agli albori della Società Teosofica, attraverso lettere fisiche. I due co-fondatori della Società Teosofica, Madame Helena Blavatsky (1831–1891) e il colonnello Henry Steel Olcott (1832–1907), erano tra i destinatari di tali lettere.

Nella storia della Società, ci furono vari tentativi di realizzare ritratti dei Maestri. Di solito venivano “visti” attraverso mezzi soprannaturali, sebbene l’artista russo Nicholas Roerich (1874-1947) e altri affermassero di averne incontrati fisicamente alcuni. I loro ritratti sono avvolti nel mistero e considerati artefatti sacri e spesso segreti, come dimostra la storia di quelli realizzati dalla pittrice australiana Florence Fuller (1867-1946).

I ritratti più famosi dei Maestri nella storia teosofica furono dipinti da Hermann Schmiechen (1855–1925). Nato a Neumarkt in der Oberpfalz, in Baviera, il 22 luglio 1855, Schmiechen era un pittore stimato con una solida formazione accademica. Studiò con il noto insegnante Albrecht Bräuer (1830–1897) a Breslavia, poi all’Accademia di Düsseldorf e all’Académie Julian di Parigi. I suoi ritratti romantici furono ampiamente apprezzati.

Ritratto di Schmiechen della cantante lirica americana Lilian Nordica (1857-1914), 1878.
Ritratto di Schmiechen della cantante lirica americana Lilian Nordica (1857-1914), 1878.

Come molti romantici, Schmiechen era affascinato dalle fiabe e dall’esoterismo. Il suo dipinto del 1880, talvolta intitolato dalle gallerie “Sogni ad occhi aperti”, è più probabilmente una rappresentazione della Bella Addormentata, la cui storia è una metafora del risveglio dell’anima secondo diversi insegnamenti esoterici.

La regina Vittoria (1819-1901) suggerì personalmente che Schmiechen fosse invitato a Londra. Vi giunse nel 1883 e vi rimase fino al 1901, diventando uno dei ritrattisti preferiti dall’aristocrazia britannica.

Il 20 giugno 1884, un anno dopo il suo arrivo a Londra, Schmiechen divenne membro della Società Teosofica. Il giorno prima, dopo i tentativi falliti di altri artisti, Schmiechen aveva iniziato a dipingere il ritratto di un Maestro. Non è chiaro se il Maestro fosse Morya o Koot Hoomi, ma alla fine li ritrasse entrambi.

Schmiechen fu scelto personalmente dal Maestro Morya. In una lettera ricevuta da Madame Blavatsky nei giorni precedenti, ora conservata presso la Biblioteca di Winterthur a Winterthur, nel Delaware, Morya scrisse: “Dite a S. [chmiechen] che sarà aiutato: io stesso guiderò le sue mani con il pennello per il ritratto di K [ oot Hoomi]”. Ho visto il documento presso la Biblioteca di Winterthur. Non si presenta come una trascrizione di istruzioni ricevute telepaticamente dal Maestro Morya. È una lettera che si dice sia scritta di pugno da Morya. Liquidate dagli oppositori come frodi, queste “lettere dei Mahatma” sono di fondamentale importanza per la storia teosofica degli albori.

Lettera di Morya a Blavatsky in cui le si chiede di affidare a Schmiechen il compito di dipingere i ritratti dei Maestri.
Lettera di Morya a Blavatsky in cui le si chiede di affidare a Schmiechen il compito di dipingere i ritratti dei Maestri.

Morya scrisse anche: “Portala con te a Schmiechen e dille di vedere”. Dal contesto della lettera, era chiaro che la “lei” senza nome era Laura Holloway (1848-1930), una pittoresca scrittrice americana, conferenziere femminista e teosofa. Blavatsky e altri la consideravano con sospetto, considerandola uno spirito ribelle e una civetta, che fece girare la testa a eminenti teosofi come William Quan Judge (1851-1896) e Alfred Percy Sinnett (1840-1921), entrambi uomini sposati.

Ma Blavatsky riconobbe anche in Holloway un talento chiaroveggente. Entrò a far parte del circolo teosofico interno e iniziò a ricevere lettere dai Maestri. Fu coinvolta con il teosofo indiano Mohini Chatterji (1858-1936) – che si dice abbia anche cercato di sedurre – nella produzione chiaroveggente del libro “Man: Fragments of a Forgotten History”. Nel 1885, turbata dalla sua pretesa di essere in comunicazione indipendente con i Maestri, Blavatsky la definì “una candidata fallita”.

Molti anni dopo, nel 1912 (in “The Mahatmas and Their Instruments”, “The Word”, maggio 1912, pp. 69-76, e luglio 1912, pp. 200-206), Holloway avrebbe raccontato di aver partecipato, insieme ad altri teosofi, tra cui Blavatsky, a una seduta nello studio di Schmiechen. Holloway non era una fumatrice, ma Blavatsky insistette affinché fumasse una sigaretta (forse contenente più di un semplice tabacco), il che la mise nella condizione ideale per influenzare la mente di Schmiechen.

Laura Holloway. Da X.
Laura Holloway. Da X.

Se ci fidiamo dei ricordi successivi di Holloway, Schmiechen dipinse per prima Koot Hoomi. Vide il Maestro Koot Hoomi “in piedi vicino al signor Schmiechen” e ne diede una tipica descrizione orientalista – “ elegante e ricco abito indù”, “fluenti capelli neri ricci” – insistendo, con disappunto di Blavatsky, su quanto il Maestro assomigliasse a Mohini e su quanto il rapporto speciale tra Mohini e il Maestro fosse più stretto di quello di Blavatsky.

Holloway, tuttavia, diede anche a Blavatsky il dovuto riconoscimento, sostenendo che aveva ripetutamente corretto Schmiechen, suggerendo modifiche per rendere il dipinto più simile all’aspetto reale di Koot Hoomi, sebbene “lei sedesse in un punto in cui non poteva vedere il cavalletto, né sapere cosa ci fosse sopra”. Holloway riferì che Schmiechen poi aveva ritratto il Maestro Morya, e anche questo ritratto fu approvato da Blavatsky.

Ritratti di Schmiechen dei maestri Koot Hoomi (a sinistra) e Morya (a destra).
Ritratti di Schmiechen dei maestri Koot Hoomi (a sinistra) e Morya (a destra).

Lo studioso teosofo Boris de Zirkoff (1902-1981) mise in dubbio il racconto di Holloway, suggerendo che la mano di Schmiechen fosse stata guidata da Morya piuttosto che da Koot Hoomi, e che il ritratto di Morya fosse forse stato eseguito per primo. Chiaramente, nello studio di Schmiechen si svolse più di una seduta.

La stessa Blavatsky cercò di realizzare ritratti dei Maestri in India nel 1882 (con il supporto del “fratello tibetano” Djwal Khul, un altro esperto che lavorava da una posizione invisibile per aiutare gli esseri umani) e di nuovo in Europa dopo il 1884. Ma nessun ritratto dei Maestri raggiunse mai lo status semi-canonico di quello di Schmiechen, realizzato da un artista molto noto che continuava a vendere i suoi dipinti all’aristocrazia britannica e persino alla famiglia reale.

Schmiechen, “La ragazza con la fascia blu” (1892).
Schmiechen, “La ragazza con la fascia blu” (1892).

I ritratti di Schmiechen furono menzionati dai Maestri in diverse lettere e portati alla sede centrale della Società Teosofica ad Adyar, in India. Olcott deplorò le loro riproduzioni fotografiche, sostenendo che le fotografie non potevano minimamente paragonarsi alla forza e alla luminosità degli originali. Nel 1890, Judge condannò il tentativo di alcuni teosofi americani di vendere copie fotografiche come “uno scandalo. In un colpo solo, sono sacre e poi vengono vendute per denaro”.

La sacralità non impedì a Blavatsky di chiedere a Schmiechen di recarsi nel settembre 1884 a Elberfeld, un sobborgo di Wuppertal, nella casa dei fondatori della prima loggia teosofica tedesca, Gustav (1828-1900) e Mary Gebhard (1831-1891), e di modificare leggermente i ritratti.

Villa Gebhard a Elberfeld. Da X.
Villa Gebhard a Elberfeld. Da X.

Schmiechen dipinse anche un ritratto (o due) di Blavatsky e una copia di ogni ritratto dei Maestri, uno per i Gebhard e uno per Judge.

Nel 1901, Schmiechen tornò in Germania, si stabilì a Berlino e si unì alla sezione tedesca della Società Teosofica. Nel 1905, realizzò un’altra copia dei due ritratti dei Maestri per il capo della Sezione e futuro fondatore dell’Antroposofia, Rudolf Steiner (1861-1925). Secondo Helmut Zander (“Anthroposophie in Deutschland”, Gottinga: Vandenhoeck & Ruprecht, 2007-2008, I, 706), essi furono utilizzati ritualmente per alcuni anni nella Sezione Esoterica Tedesca in condizioni di stretta segretezza.

Ritratto di Blavatsky di Schmiechen.
Ritratto di Blavatsky di Schmiechen.

Schmiechen continuò la carriera di pittore in Germania fino alla sua morte, avvenuta nel 1925. Negli ultimi anni della sua vita, lasciò la Società Teosofica per intraprendere una nuova avventura esoterica con Leopold Engel (1858-1931), al quale lasciò alla sua morte alcuni dei suoi diritti d’autore. Engel era un ex teosofo, visionario, massone “irregolare” e fondatore, insieme a Theodor Reuss (1855-1923), di un Ordine degli Illuminati. Il fatto che Schmiechen abbia stretto una stretta collaborazione con lui conferma l’importanza dell’esoterismo per il pittore tedesco fino ai suoi ultimi giorni.

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Massimo Introvigne

Massimo Introvigne

Massimo Introvigne  (nato il 14 giugno 1955 a Roma) è un sociologo italiano delle religioni. È fondatore e direttore generale del Centro Studi sulle Nuove Religioni ( CESNUR ), una rete internazionale di studiosi che studiano i nuovi movimenti religiosi. Introvigne è autore di circa 70 libri e più di 100 articoli nel campo della sociologia della religione. È stato l’autore principale dell’Enciclopedia  delle religioni in Italia  . È membro del comitato editoriale dell’Interdisciplinary  Journal of Research on Religion  e del comitato esecutivo di  Nova Religio della University of California Press .  Dal 5 gennaio al 31 dicembre 2011 è stato “Rappresentante per la lotta al razzismo, alla xenofobia e alla discriminazione, con particolare attenzione alla discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni” dell’Organizzazione  per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa  (OSCE). Dal 2012 al 2015 è stato presidente dell’Osservatorio sulla Libertà Religiosa, istituito dal Ministero degli Affari Esteri italiano per monitorare i problemi della libertà religiosa a livello mondiale.

www.cesnur.org/

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– SIC TRANSIT GLORIA MUNDI – , Giancarlo Fabbri

04 sabato Ott 2014

Posted by abcsocial in Giancarlo Fabbri

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arte


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SIC TRANSIT GLORIA MUNDI ….

Fintantoché la gloria si librava lassù nell’alto dei cieli in modo astratto e dolcemente tranquilla, essa volgeva uno sguardo disattento alle vicende umane, in apparenza scevre da preoccupazioni, turbamenti, passioni e dove tutto pareva scorrere senza improvvisi contesti istituzionali di grande rilevanza.

La sua discesa sul mondo venne accolta come “grazia dei” mentre con la sua partecipazione alle memorabili gesta dell’uomo, emersero personaggi di alto profilo e avvolte di una sacrale aureola di eterno fulgore.

Era la gloria celeste che ammantava gli uomini e consentiva loro di vivere e di morire nella percezione e nella perfezione della grandezza divina che non erano soggette alla contingenza storica bensì; evidenziavano l’immobilità e l’eternità del mondo, prima di ritornare in cielo con quel “tocco” di  garbata leggerezza.

È la gloria “metastorica” che dopo l’incèdere solenne e grave degli avvicendamenti umani, si fà storia dei poteri imperiali attraverso l’esaltazione di grandi condottieri. E poi, ecco che appare la gloria volta a celebrare le straordinarie e grandiose leggende di eroici protagonisti che con le loro irrepetibili gesta sono entrati nella storia e divenuti leggenda. È la gloria propositiva che guarda il mondo influenzandolo nel suo specifico assetto e lo esalta per tutto ciò che “esprime bellezza”, cercando di comprenderne le sue veridicità e le perplessità nei mutamenti e offrendosi alle opere d’arte, di scienza, di ingegno.

Ma se la gloria esce fuori da quel attimo fuggente del tempo universale, essa vive una celebrità dimessa e concessole dal tempo stesso; oppure una notorietà che può scadere nella futilità o vacuità di un esito effimero.

Resta ancora insoluto il rapporto fra la gloria e l’argomentare filosofico; (e Platone sosteneva come il filosofo non dovesse aspirare alla gloria). Senonché, non è facile raccontare le vanità e le leziosità dei filosofi che tendono a suscitare l’ammirazione altrui per potersi lodare, a loro volta.

I sentieri alla ricerca della gloria sono duplici: l’uno che privilegia la gloria nella storia e l’altro che reputa sia necessario uscirne. Nel primo caso, molto hegeliano, la gloria si identifica col divino che incrocia il divenire della storia; mentre nell’altro contempla una ascensione spirituale con il digiuno, la meditazione e la tradizione orale per arrivare alla verità che coincide con la rivelazione illusoria della storia, del tempo, del mondo.

La ricerca della gloria ha creato nei filosofi un senso di paura e sgomento nel timore di vedersi scomparire. Infatti le gesta eroiche, siano esse storiche, artistiche, scientifiche o filosofiche, diventano come la dichiarazione bellica di un loro eventuale annientamento e l’atteggiamento di una loro probabile estinzione.

Il filosofo trascorre l’esistenza nel silenzio tra la gloria e la vita pubblica; ma se prende parte all’attività mondana e incontra la massa, egli diventa un vanaglorioso con una fama che cela l’invidia di un potente “ego” e che non sfugge alle ambizioni umane.

C’è come una duplice attenuante nell’affrontare argomenti universali destinati alla storia. Da una parte egli si ritiene un predestinato alla gloria, la cui grandezza gli appartiene; dall’altro verso è come se la gloria lo avesse scelto con il compito di dovere educare l’umanità sulla complessità di temi ricorrenti che la caratterizzano.

La filosofia non è una pratica esotèrica riservata a teorici e praticanti. Essa si eleva da un basilare concetto universale per l’intera umanità, dalla nascita alla morte e oltre.

La filosofia acquisisce così una sua intima e segreta grandezza e diventa più perspicace, raffinata e riservata a pochi.

La vera gloria è quella che sopravvive alla nostra condizione umana e pure il filosofo vuole farne parte non solamente col pensiero, ma anche con la sua presenza.

Egli va giudicato per la sua azione morale e non per le sue personali vicende; egli va valutato per le sue riflessioni e considerazioni e non per i suoi impulsi, consapevoli o nascosti.

Nel suo perenne cammino sulle esaltazioni irrazionali, sulle sconsideratezze e le temerarietà, sulle illogicità e stravaganze unite a progetti e aspirazioni utopistiche, la gloria si manifesta come la fede nuziale che unisce il tempo all’eternità; la vita all’immortalità.

Ascona, settembre 2014

Fabbri Giancarlo

“Membro della Società Teosofica Svizzera”

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Giancarlo Fabbri per la rubrica “L’angolo della poesia” con Compagni d’infanzia

04 venerdì Ott 2013

Posted by abcsocial in Articoli della Rivista Teosofica Ticinese

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Tag

arte, L'angolo della poesia, poesia, prosa, sentimenti


Compagni d’infanzia

 

 

Come uccelli che spaziano lassù nel cielo, tali ci appaiono all’improvviso i pensieri irrequieti dell’infanzia e i sogni sopiti e senza pareti in una dimensione che richiama all’appello i dolci sentimenti affettivi, capaci di suscitare inesprimibili emozioni e gioiose contentezze nei cuori di tutti noi bambini.

 

Eppoi, nel proseguo dell’esistenza, ecco riaffiorare quelle emotività catturate ed evanescenti che si fanno fieri folletti, i cui pensieri, divenuti eterni, si dileguano come figure incorporee nella nebbia della vita e nell’intreccio del tempo, dove sarebbe effimero incalzare “l’attimo fuggente”, che ha acceso profondi turbamenti nei nostri corpi e folli frenesie ai nostri sensi, come in un ultimo travagliato ruggito.

 

Erano i pensieri e le emozioni che ci hanno condotti per mano e accompagnati nell’esperienza della maturità e ci hanno resi combattenti pugnaci nell’affrontare le innumerevoli contese della vita. Ma chi se non noi, Uomini del nostro tempo e della nostra modernità, siamo le uniche vere contrarietà e le malesorti che ci proseguono, nonostante noi viviamo un’esistenza misericordiosa e nella grazia di Dio.

 

Il Signore ci sprona, da subito, a focalizzare gli obiettivi rilevanti e a valutare i problemi, le controversie e argomentazioni nella forma più razionale e analitica; Ci ispira ad amare “per amarci” nel rispetto delle molteplici specificità e prerogative; ci esorta alla tolleranza di quella entità mentale che da un senso al pensiero, che nella filosofia di Platone, costituisce una parte fondamentale e un archetipo eterno ed immutabile delle cose sensibili.

 

Il Signore ci invita ad avversare non solo le animosità e i pettegolezzi, ma a combattere anche le malignità e le menzogne che sono degli attentati morali e materiali dell’uomo nei confronti degli altri uomini e sono gravi manifestazioni condannabili, a causa di quello stolto orgoglio che gli impedisce, sordo e incapace come è, un sincero pentimento e una conversione dello spirito.

 

Ma tante altre sono le contese alle quali Dio ci sottopone con malcelato compiacimento; Egli ci assoggetta e ci mostra quale è il vero impegno di un sollecito riscatto nell’evoluzione.

 

Vorrei citare, per inciso, un’affermazione di Papa Francesco che recita:

“Prima di chiacchierare l’uomo deve mordersi la lingua e quello ci farà bene, perché la lingua si gonfia e non può parlare e non può più chiacchierare.”

 

Con il trascorrere degli anni, l’uomo si interroga sempre più sul senso della vita; di questo nostro passare nel tempo e spazio; del nostro lieve alitare prima dell’ultimo respiro, allorquando d’improvviso, egli vedrà venirgli incontro e apparirgli innanzi le sembianze di bambini, piuttosto ciarlieri e alquanto inavveduti.

 

Sono gli inseparabili compagni dell’infanzia e di un tempo leggiadro e senza ritorno, dove i sogni più candidi non ci avevano ancora dato “L’addio”, non ci avevano abbandonati mentre NOI, finalmente spogli delle stanche membra, assistiamo, ora, al prodigioso passaggio dalla vita illusoria alla vita del reale, attraverso la morte, e rincontriamo i compagni di giochi e di spensieratezza.

 

Si, sono loro: i compagni ritrovati, che non avevano mai cessato di continuare ad essere i gloriosi vessilli della loro immortalità.

 

 

 

 

 

 

Ascona, ottobre 2013

 

FABBRI GIANCARLO,

Membro della Società Teosofica Svizzera

English: Artist along the waterfront in Ascona...

English: Artist along the waterfront in Ascona, Ticino, Switzerland (Photo credit: Wikipedia)

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