..….. SE L’UOMO GUARDA OLTRE L’ERMO COLLE …….

 C’é un reciproco rapporto tra la natura dell’uomo con l’infinito e l’umana finitudine che conduce a uno stato d’inquietudine e ad una instabile emotività poiché l’uomo ha il “desiderio e la coscienza d’infinito”.

Sarebbe comunque più pertinente se l’uomo evocasse Dio, che alimenta i nostri pensieri e fa rivivere quel senso d’immortalità dell’anima nell’arco del tempo piuttosto che l’infinito,  che si proietta verso lo spazio o, l’universo, che interessa il campo scientifico attraverso la fisica.

Negli spazi interminati e i sovrumani silenzi cantati da Giacomo Leopardi in una magnifica poesia, l’uomo riscopre uno “spirito poetico” di finitudine quanto un interpretabile respiro ateistico di non facile interpretazione.

L’essenza della vita sta nella realizzazione di quanto in precedenza era solo una energia potenziale e si compie, così, la realizzazione dell’ESSERE e non dell’AVERE, nella quale il possesso dell’oggetto non è così rilevante quanto un “sincero desiderio in sé”.

Vedere ciò che si desidera significa desiderare quello che si vede, anziché “il contemplare” senza possedere, poiché questo desiderio diventa sempre più impellente e va oltre perché insito nell’uomo stesso.

Se l’uomo distogliesse per un solo attimo lo sguardo dalle cose terrene e lo volgesse al cielo, rimanendo a mani vuote come in un momento di preghiera, verrebbe colto dalla visione dell’Essere che è l’essenza della vita stessa.

Quando la Madonna assurse in cielo, e non su una qualsiasi galassia oppure nel vuoto siderale, la religione si è dovuta confrontare con la scienza, che si chiedeva come sia stato possibile che il figlio di Dio sia approdato sopra un qualche frammento del cosmo come si trattasse di una briciola sperduta nell’universo, giustamente, duemila anni fa e proprio in un sito già avvolto di religiosità.

Sorge allora spontaneo chiedersi se l’eternità di quel messaggio universale duri solo una “vita umana” e riguardi solamente un piccolo punto del creato e abitato da soli uomini.

Dio non appartiene a una religione perché essa  é stata creata dall’uomo; Dio, è l’uomo nella sua trascendente evoluzione di fede!

La religione, comunque, celebra  il messaggio della grandezza dell’uomo che non avrebbe avuto alcuna ragione di non credere dopo tanto tempo e nonostante un contesto tanto infinitesimale davanti all’immensità e a un visibile scompenso tra “Grandezza” e “Minuzia”, tra “Infinito” e “Finitudine”.

Tante volte, nella solitudine e nel silenzio della notte, volgo lo sguardo al cielo e, nel rimirare le stelle con rinnovata attenzione, penso ad esse come testimoni oculari di un tempo andato che hanno visto lo scorrere della vita e testimoniato i sogni e le passioni di coloro che ho amato.

Si, sono loro quelle stelle, che hanno raccolto una ricchezza di doti morali e intellettuali di fronte l’infinito e custodito una quantità di tormenti e sofferenze che è “L’umanità”.

C’è una specie di forte connessione che vivacizza il vuoto siderale e collega la “Finitudine, chiamata uomo”, con la “maestà infinita dell’universo”.

COLUI CHE CREDE, DARÀ ALL’INFINITO IL NOME DI “DIO”

COLUI CHE ha il desiderio di una fede immensa ed eterna, le darà il nome di “FEDE”.

DIO, FEDE, AMORE, MISERICORDIA, PERDONO, sono termini e conquiste irrinunciabili del mondo dello spirito in attesa della finitudine, che restituisce all’uomo, attraverso la morte terrena, una rinnovata vita piena di certezze.

Ascona, 31 agosto 2012                                                                    Giancarlo Fabbri

Membro della società teosofica svizzera

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