Ispirazioni dai piani superiori
Pier Giorgio Parola
Conferenza del 13-11-2012 a Torino

L’argomento del nostro incontro mira indubbiamente alla fonte di un insegnamento che tutti i teosofisti conoscono: il termine stesso, teosofia (θεός, ‘dio’ e σοφία, ‘sapienza’), indica una sapienza che sta al di là delle normali capacità umane, che proviene dalla divinità.
Si tratta quindi di un concetto che, per quanto tratti di un processo lungo e difficile, dovrebbe essere chiaro per tutti i membri della Società Teosofica, in primis i dirigenti ed i divulgatori, ma penso, tuttavia, che il tema necessiti di qualche precisazione iniziale.
Nel secolo sorso madame Blavatsky ci ha parlato di Maestri che, sul piano dove ora noi siamo, sulla terra, hanno il compito di mantenere viva la conoscenza di una dottrina che, tradizionalmente, è sempre stata trasmessa comunicandola a coloro che ne erano degni. Secondo l’insegnamento di Madame Blavatsky i Maestri sono gli eredi di coloro che, lungo il susseguirsi di lunghissime ere, hanno guidato l’evoluzione dell’umanità. In un periodo in cui gli uomini erano ancora dotati dei due principi superiori, ossia di atmā e buddhi, e dei quattro inferiori, ma non del manas, e quindi non erano realmente “umani”, queste guide erano quei mitici re, eroi fovolosi, che hanno governato gli uomini fino al momento in cui l’umanità potè (dovette) essere dotata, dai manasaputra, della mente, di quella mente che doveva consentire all’umanità, ormai giunta alla fine della propria involuzione nella materia, di proseguire, lungo un sentiero evolutivo, con le proprie forze. Questi adepti iniziarono un graduale ritiro dal governo dell’evoluzione del regno umano, ma tuttavia ci furono generazioni di studiosi, di veggenti, che agirono nell’ambito dei vari popoli e che talvolta si manifestarono come le menti più brillanti di un’epoca, e, sempre restando nell’ombra, furono pronti ad intervenire nel momento del bisogno, bisogno che, secondo due adepti, c’era alla fine del XIX secolo quando, mentre iniziava a soffiare quel vento della tecnologia che doveva travolgere delle istituzioni millenarie, si decise di fondare la Società Teosofica. Allora i Maestri erano considerati degli esseri umani apparentemente normali, seppur dotati di capacità paranormali, degli uomini della nostra ronda e quindi limitati dalle sue regole (un adepto è tale soltanto al livello “incondizionato” della mente superiore), ma che erano tuttavia, quando il caso lo richiedesse, in grado di superare le proprie limitazioni personali e di servire da collegamento con i piani superiori, con quella “compassione” del Bodhisattva che tramite il Manushya, il Buddha umano, governa il nostro universo. Ma, dopo la morte della Contessa, la dottrina che i nuovi leaders della Società Teosofica propagandarono con libri, conferenze e più o meno sottili inviti, presentava i Maestri in modo alquanto diverso, ovvero come degli esseri al di fuori del nostro mondo. Questa credenza, che non trova riscontro negli insegnamenti originari della Blavatsky e delle “Lettere”, venne divulgata da C.W. Leadbeater ed Alice A. Bailey e negli anni 30 e ricevette una precisa sistemazione da Guy Ballard coi suoi Ascended Masters.
Molte discussioni sono state fatte a proposito della storicità dei Maestri e sulla loro stessa esistenza, e negli anni 90 lo storico e teosofo statunitense K. P. Johnson ha cercato di identificarli, dimostrando, con “ragionevole probabilità”, che erano stati degli uomini che vivevano al tempo di M.me Blavatsky in un modo assolutamente normale. Ma il vero problema sta fra la credenza che afferma l’esistenza sulla terra di Maestri alla guida della Società Teosofica e quella che prevede invece dei Maestri ascesi su dei piani superiori a quello terrestre.
Ci sono, qui in terra, dei Maestri alla guida della Società Teosofica? Alcuni lo negano dicendo che tutti i Maestri storici hanno “preso delle iniziazioni” (cosiddette) che li hanno portati a risiedere stabilmente su altri piani; io obietterei che su altri piani avevano già, pur avendo un corpo fisico, possibilità di operarare con i loro mayavi rupa e che, per poter avere definitivamente trasceso il piano fisico, dovrebbero, essendo stati esplicitamente definiti uomini della quinta ronda (il manushi buddha era, qui in terra, un uomo della sesta ronda), avere conseguito, in un breve secolo, il risultato previsto in oltre due miliardi di anni d’evoluzione. Io penso (interpretando gli insegnamenti originari) che, finchè dura la loro vita terrena, i Maestri siano “uomini” a tutti gli effetti. Occorre poi rilevare che, nel frattempo, i Maestri di Madame potrebbero essere morti ed essere subentrati dei nuovi Maestri, dei Maestri che potrebbero guidarci sia rimanendo incogniti che pubblicamente, seppure non ufficialmente (tanto per non rinunciare ad una teosofica sudditanza all’oriente: ad esempio il Dalai Lama. Personaggio quest’ultimo che, pur rimanendo sinceramente un monaco, afferma onestamente la propria normalità, compresi, talvolta, i sogni erotici).
Tralasciando per il momento la questione dei Maestri, vorrei rilevare che, di norma, quando si parla di ispirazione dall’alto, spirituale, a molti viene in mente la figura di un mistico circonfuso di luce, e ad altri l’immagine di una mente limpida come il cristallo che riluce di una beata onnniscienza, quest’ultima immagine appare di solito a coloro che, avendo ormai lasciata la parrocchia, hanno molto (talvolta troppo) letto ed ascoltato (sono cioè più avvezzi a navigare sul mare di una ormai diffusa new age, una cabalo-alchemica, orientalistica, ecc., cultura in cui tutti noi teosofisti di una certa età abbiamo più o meno a lungo soggiornato; un mare in cui hanno sempre nuotato, nuotano e nuoteranno pesci di ogni forma e dimensione, poichè ogni epoca ha avuto la sua new age, con i suoi sogni, le sue diete e tanti approfittatori). Ma queste sono tutte delle belle cose che prevedono qualità che, nella mia quarantennale militanza teosofica, mai ho avuto la fortuna di incontrare (rabbini caduti da cavallo sulla strada di Damasco in un caso o yogin meravigliosi nell’altro). Molto più prosaicamente, per noi teosofisti il problema sta nel fatto che non basta iscriversi alla Società Teosofica per essere “istruiti dalla divinità” e non è sufficiente comperare tanti libri per costruire una pila così alta da raggiungere l’illuminazione.
L’insegnamento tradizionale (quello supportato dalla conformità delle investigazioni di generazioni di adepti) è giunto alla conclusione che al di là del nostro settuplice sistema terreste c’è un’unica realtà, ecc., ecc., il che ci dice “chi siamo”, ma sarebbe anche bello sapere, avere la certezza di sapere, “come dobbiamo comportarci”, una sicurezza che, evidentemente, richiede un’esperienza che trascende la normalità.
La storia della Società Teosofica parla di coloro che queste cose le hanno dette e che ci hanno fornito una dottrina che spiega la struttura del mondo in cui viviamo, ma gli insegnamenti teosofici sono solo pura teoria o sono una scuola di vita? e se sono una lezione morale come dovrebbe interpretare gli insegnamenti di Madame Blavatsky chi volesse metterli in pratica?
Io penso, socraticamente, che la conoscenza, anche solo teorica, sia un buon sistema per non commettere errori, ma di quale conoscenza stiamo parlando?
Quando si mettono in pratica degli insegnamenti si vede che ogni sistema è imperfetto e che, per fortuna, non si può fare applicare agli altri un sistema personale: questo fa si che ognuno deve ottenere personalmente una conoscenza che personale non è. Tradizionalmente nessun “vero” Maestro ha mai supposto di possedere la verità (di poterla comunicare), nessun autentico Maestro ha mai preteso di non dovere confrontare le proprie riflessioni, intuizioni, visioni, con gli altri, pronto a riconsiderare le proprie idee. La gupta vidya, la dottrina segreta tradizionale, è questa e, anche nel nostro piccolo, il sistema è sempre valido: è necessario unirsi ad altri per confrontarsi.
Siamo qui in terra e qui, hic et nunc, dobbiamo (se ne abbiamo voglia) operare; e qui, oltre ad un corpo fisico che ci consente di muoverci, abbiamo solo la mente, e non la mente limpida come il cristallo di quei rari yogin che hanno raggiunto la meta, ma la mente razionale (quasi) che è a disposizione dei normalissimi uomini: una mente, si badi bene, che è il traguardo raggiunto dall’umanità dopo un viaggetto di più di duemila milioni di anni…… un lavoro da niente quindi. Quando si sentono tanti spiritualissimi cultori di discipline esoteriche disprezzare la “mente”, vantando le meraviglie di, mai ben precisati, stati trascendentali, non si deve scordare che l’origine della manifestazione di questo manvantara, il nostro periodo di attività, è stato Mahat, la grande mente, che ha “pensato e voluto” quella luce, akasha, che illumina il cosmo; e la consapevolezza di questo è la futura meta dell’umanità. E’ una meta che deve essere, evidentemente, raggiunta partendo da dove siamo e con gli strumenti di cui disponiamo: una mente legata al desiderio personale. Ad ogni livello, ogni creazione è originata da un progetto (mentale) e dalla volontà di realizzarlo (kama, quel quarto principio che nel caso di una personalità diventa tanha, trsnā, sete di vita); e l’irrinunciabile necessità della razionalità è stata ultimamente affermata anche da Benedetto XVI in un suo discorso a Ratisbona. In epoche lontane gli stati di coscienza di cui l’umanità sta ora vagheggiando erano comuni a tutti, in quanto gli uomini si valevano di guide divine, e se attualmente, nel momento in cui non solo la nostra catena planetaria terrestre, ma l’intero sistema solare sta iniziando la propria marcia di ritorno verso la “casa del Padre”, ci troviamo in un frangente in cui la tensione fra l’involuzione nella materia e l’evoluzione spirituale (entrambi parti paritarie del progetto divino: incarnazione, passione e morte, e resurrezione) è massima, siamo in un momento in cui solo l’uso “personale” di manas, il sacrificio consapevole, può pagare il prezzo del viaggio: solo la sublimazione dei propri desideri. Ogni epoca ha una meta da raggiungere e gli strumenti adatti per farlo, e la socratica razionalità della nostra cultura occidentale (talvolta poco razionale, ma che tanto affascina gli orientali) che, con medioevale pervicacia, la nostra new age (anche teosofica) considera un’ancilla “theosophiae” ha la stessa dignita di ognuno dei (sette) principi (della coscienza) con cui è “coadunita”.
Quindi, prima di parlare ancora dei Maestri, ed, eventualmente, del come mettersi in contatto con loro, occorre affrontare un altro problema: chiarire bene cosa si intende per piani superiori, che l’esperienza dimostra che il rinunciare alla ragione in nome di presunte visioni mistiche di guai ne ha provocati a bizzeffe.
Poeticamente la terza delle “Stanze di Dzyan” ci dice che “Padre-Madre tesse una tela la cui estremità superiore è congiunta allo spirito, la luce della Tenebra Unica, e l’inferiore alla sua estremità oscura, la materia”. HPB è molto chiara quando dice che: “Nel sistema solare (lasciamo stare l’intero kosmos) la materia differenziata esiste in sette differenti condizioni e, poiché prajna, che è la capacità di percepire, ha anch’essa sette aspetti diversi in corrispondenza con i sette stati della materia, devono necessariamente esserci sette stati di coscienza nell’uomo, e le religioni e le filosofie sono organizzate secondo il maggiore o minore sviluppo di questi stati” (The Secret Doctrine, II, 597 nota).
Secondo l’insegnamento teosofico, quindi, gli stati di coscienza dell’uomo sono relativi a questi sette piani di cui quello su cui si trova la nostra terra è il più basso, poi ci sono altri tre piani su cui sono situati gli altri globi della catena terrestre e poi ci sono altri tre piani al di là di quelli della nostra catena, piani che si suole definire spirituali.
Ora se per piani superiori si intendono dei piani spirituali il raggiungimento di questi piani si ha quando si trascende il piano di una mente associata al desiderio personale, se invece si intende solo il superamento della limitazione dovuta ai nostri sensi fisici il discorso cambia e qui sta una delle principali differenze (con inevitabili, comunque mascherate, ripercussioni etiche) tra l’insegnamento blavatskiano e quello di alcuni membri della Società Teosofica che le sono succeduti come maitres de la pensée teosofica, come via da seguire per i teosofisti: c’è infatti una fondamentale differenza tra il desiderio di operare secondo quello che è il progetto divino e la ricerca dei poteri psichici. Tra la possibilità di investigare sul piano astrale e l’illuminazione della bodhi, la sapienza divina. Avere dei poteri (sensi) superiori su dei piani che sono pur sempre intimamente collegati al piano fisico non significa essere spiritualmente più evoluti, il cane che ha un olfatto migliore di quello degli uomini non è per questo più intelligente.
Le investigazioni su altri piani, che sul piano astrale si limitano a quel passivo mondo degli effetti che circonda la nostra terra, possono portare in mondi diversi in cui il sistema delle cause e degli effetti è diverso e quindi, se non si è sviluppato un adeguato stato di coscienza, lo sviluppo delle siddhi può essere pericoloso, come insegna H.P.B. .
Cosa significa quindi essere spiritualmente evoluti? Significa essersi liberati (con una scelta razionale) da ogni influenza della personalità, ossia avere raggiunto quello stato in cui il nostro Sè, quel raggio monadico che dopo un lungo percorso è giunto nel regno umano, può manifestarsi (condizione che a seconda dei casi, e dell’era in cui si verifica, può essere stabile o episodica, come sembra essere stato nel caso dei nostri Maestri): Krishnamurti dice che “finchè c’è l’attività di un sè che progetta non ci si può rendere conto della realtà” ed H.P.B. afferma che “l’Ego spirituale può agire solo se l’ego personale è paralizzato”. Chi giunge a questo livello “opera” con il proprio Ego taijasi ed è in relazione con la propria divinità interiore ed illuminato dalla bodhi, dalla divina sapienza (che non è mai disgiunta dalla compassione: prajna-karuna, “voi stessi siete stati ammaestrati da Dio ad amarvi gli uni gli altri” [1 Tess., 4, 9]), è theos didaktos, istruito dalla divinità come Ammonio Sacca: è teosofo. Per Shankaracharya prajna è la totalità della coscienza, caratterizzata dalla mancanza di discriminazione e per la Mandukya Upanishad è “la coscienza per eccellenza poichè solo in lei c’è la conoscenza del passato e del futuro e di ogni cosa”; ed a proposito del fatto che i Maestri appartennero alle culture più diverse, ci fu chi nel ‘500 disse che “ciascun uomo porta in sé l’intera forma dell’umana condizione” (Montaigne, Essais, III, 2). L’uomo….essendo composto dalle essenze di tutte le gerarchie celesti può riuscire a rendere sè stesso, come tale, superiore, in un certo senso, ad ogni gerarchia o classe, o anche ad una loro associazione.
La distanza che c’è tra noi ed i Maestri è quindi la stessa che c’è, in ognuno di noi, tra l’ego personale e il proprio Ego superiore (alcuni teosofi dicono il proprio Sè superiore, ma a questo punto non esisterebbero più differenziazioni e quindi una differenza tra allievo e maestro) e può quindi essere corta o lunga a seconda dei casi.
In ognuno c’è un luogo detto la “Terra Sacra” (il primo continente), che è definita immortale in quanto è stata la culla del primo uomo e sarà la dimora dell’ultimo divino mortale scelto come sishta per essere il futuro seme dell’umanità. Di questa terra misteriosa e sacra può essere detto molto poco, se non che…… ’la stella polare ha su di lei il suo occhio rilevatore, dall’alba al tramonto di un giorno del GRANDE RESPIRO’ e questa “Terra Sacra è un luogo che ….non ha mai condiviso il destino degli altri continenti, essendo la sola il cui destino è quello di durare dall’inizio alla fine del manvantara per tutte le ronde” (The Secret Doctrine, II , 6). Su questa terra, al centro di sette mari, sta il faro che indica la strada, emettendo la luce che illumina la via “maestra”. Ed ha questo punto risulta chiaro il perchè Suzuki chiama l’illuminazione “la beffa fondamentale”, la ragione sta infatti nel fatto che, una volta ottenutala, si scopre di averla sempre posseduta
Evidentemente i Maestri devono occuparsi dell’evoluzione umana nella sua totalità mentre, ai fini pratici personali, un Maestro è il proprio Ego illuminato dalla bodhi, e raggiungerlo (gnotis eautón) è nelle possibilità degli uomini (se compiono uno sforzo adeguato). Il maestro K.H. (nella lettera n. 45) dice “Guardatevi attorno, amico mio: vedete i tre ‘veleni’ che infuriano nel cuore degli uomini, la rabbia, l’avidità e l’illusione e le cinque cause dell’ignoranza, l’invidia, la collera, l’incertezza, la pigrizia e la miscredenza, che non ci consentono di vedere la luce. Non permettono di liberare un cuore malvagio dall’inquinamento e di sentire la spiritualità che c’è in tutti noi. Non state forse cercando, per accorciare la distanza tra di noi, di liberarvi dalla rete della vita che ha catturato tutti….?”.
Questo non toglie che, nel sapiente progetto che ha indotto la Monade a reincarnarsi, a divenire preda dell’illusione dell’ego, ogni principio sia, a suo tempo, necessario ed abbia pari dignità. La personalità deve essere trascesa pur amandola (com’è stupido, sacrilego, non farlo!). Per risorgere occorre amare la vita, la vita terrena, ma allo stesso tempo essere consapevoli dell’esistenza di una realtà superiore, occorre potere dire: “Padre Mio, se non è possibile che passi oltre di me questo calice … sia fatta la tua volontà” (Matteo XXVI, 42). E qui convergono terra e cielo, riuniti nell’uomo. Se no sarebbe troppo facile, per invertire il cammino occorre una forza (divina) equiparabile a quella primordiale. Nella Dottrina Segreta (II, 81) leggiamo che “nessuna entità, sia angelica che umana, può raggiungere lo stato nirvanico, ovvero l’assoluta purezza, se non dopo eoni di sofferenza e dopo avere conosciuto sia il MALE che il bene, poichè altrimenti quest’ultimo sarebbe incomprensibile”.
Se, come afferma il Maestro K.H., la liberazione dalle cinque cause e dai tre veleni (sovente definiti con nomi diversi) ha sempre, tradizionalmente, portato a trascendere la personalità, alla consapevolezza di far parte di una individualità più ampia, al servizio amorevole dei bisognosi: orbene penso che (senza cercare molto lontano, in paesi esotici o su piani trascendenti ) dei Maestri si possono quotidianamente trovare in quelle persone che quotidianamente, nascoste negli ospedali, negli ospizi, nelle famiglie, per le strade del mondo, ……dimostrano la loro “sapiente compassione”. Sono persone, buoni samaritani con i piedi per terra, a cui il Maestro interiore ha svelato chi è il “prossimo” e come agire, senza altra motivazione che la loro compassione (karunā, carità, …..amore…..). Carità che genera fede e speranza negli uomini.
Ricordando che Krishnamurti avverte che “…se hai intenzione di meditare non sarà meditazione” e che questo va inteso anche come: “…. il desiderio personale di un Maestro porta all’illusione”.

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