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English: The Tenth Dalai Lama, Tsultrim Gyatso

English: The Tenth Dalai Lama, Tsultrim Gyatso (Photo credit: Wikipedia)

Dalla conoscenza alla saggezza

(relazione di Andrea Biasca-Caroni da tenersi alla scuola estiva dei paesi latini, Naarden, Olanda, Agosto 2013)

da LA VOCE DEL SILENZIO :

Il nome della prima Aula è IGNORANZA, Avidyâ. E questa l’Aula in cui hai visto la luce, in cui vivi e morrai.

Il nome della seconda è Aula della CONOSCENZA.

L’Anima tua vi troverà i fiori della vita, ma un serpente attorto sotto ogni fiore.

Il nome della terza Aula è SAGGEZZA, al di là si stendono le acque senza spiagge di AKSHARA, la Fonte indistruttibile dell’Onniscienza.

Se vuoi attraversare incolume la prima Aula, non lasciare che la tua mente confonda i fuochi del desiderio, che vi ardono, con il sole della vita.

Se vuoi attraversare incolume la seconda, non fermarti ad aspirare la fragranza dei suoi fiori inebrianti. Se vuoi liberarti dalle catene karmiche, non cercare il tuo Guru in queste regioni mâyâviche.

I SAGGI non si attardano nei giardini dei sensi.

I SAGGI non curano le voci seduttrici dell’illusione.

Cerca chi deve darti la nascita  nell’Aula della Sapienza, nell’Aula, che si trova al di là, dove le ombre sono ignote, e dove la luce della verità splende con gloria imperitura.

11th Dalai Lama http://www.simhas.org/files/11...

11th Dalai Lama http://www.simhas.org/files/11Dalai.JPG (Photo credit: Wikipedia)

Quando ho letto il titolo della relazione che mi è stato richiesto di tenere qui a Naarden ho subito pensato a questi versi. Per qualche mese ho riflettuto sulla portata vitale di questo sentiero e del chiaro pericolo indicato da queste indicazioni avanzare correttamente sulla via del discepolato. Non ci sono scappatoie… non c’è eccezzione alcuna : i saggi non si attardano nei giardini dei sensi, i saggi non curano le voci seduttrici dell’illusione…

È quello che succede nelle nostre vite quando dopo qualche anno di cammino ci accorgiamo che i discorsi intellettuali lasciano il tempo che trovano… dalla conoscenza alla saggezza… l’indizio è chiaro : la conoscenza non è un punto d’arrivo, semmai una partenza per raggiungere la meta che è la saggezza. Sembra quando si dice che la saggezza è quello che rimane una volta che si è dimenticato tutto quello che abbiamo studiato… è come un precipitato alchemico di un processo che si è svolto dentro che mi ha fatto attraversare il deserto della Mongolia per raggiungere nulla, solo per il viaggio e per arrivare dove non c’era nessuno per 2000 kilometri. Sembra arrivare alla muraglia cinese dopo aver sentito i racconti su Gengis Khan e il Dalai Lama… la storia di monaci mongoli trucidati dai comunisti russi… e poi arrivare e vedere la muraglia cinese in pasto ad una troupe televisiva che fa le prove delle gare ciclistiche che verranno trasmesse al mondo… fanno le prove perché il mondo deve vedere un’immagine e non la realtà spontanea della Cina… maya è già di suo illusoria… se poi controlliamo tutto quello che traspare fino al millimetro l’illusione aumenta e si amplifica…

“Conoscenza” è un termine che può assumere significati diversi a seconda del contesto, ma ha in qualche modo a che fare con i concetti di significato, informazione, istruzione, comunicazione, rappresentazione, apprendimento e stimolo mentale.

La conoscenza è qualcosa di diverso dalla semplice informazione. Entrambe si nutrono di affermazioni vere, ma la conoscenza è una particolare forma di sapere, dotata di una sua utilità. Mentre l’informazione può esistere indipendentemente da chi la possa utilizzare, e quindi può in qualche modo essere preservata su un qualche tipo di supporto (cartaceo, informatico, ecc.), la conoscenza esiste solo in quanto c’è una mente in grado di possederla. In effetti, quando si afferma di aver esplicitato una conoscenza, in realtà si stanno preservando le informazioni che la compongono insieme alle correlazioni che intercorrono fra di loro, ma la conoscenza vera e propria si ha solo in presenza di un utilizzatore che ricolleghi tali informazioni alla propria esperienza personale. Fondamentalmente la conoscenza esiste solo quando un’intelligenza possa essere in grado di utilizzarla.

In filosofia si descrive spesso la conoscenza come informazione associata all’intenzionalità. Lo studio della conoscenza in filosofia è affidato all’epistemologia (che si interessa della conoscenza come esperienza o scienza ed è quindi orientata ai metodi ed alle condizioni della conoscenza) ed alla gnoseologia (che si ritrova nella tradizione filosofica classica e riguarda i problemi a priori della conoscenza in senso universale).

La Saggezza per i filosofi

Socrate, definito dalla Pizia “il più saggio”, scopre che la saggezza consiste nel “sapere di non sapere”. Al concetto corrente di saggezza, insieme alle altre virtù, applica il metodo della maieutica per mettere in luce le contraddizioni nel pensiero corrente in materia.

Platone nel dialogo Carmide esprime l’idea che la saggezza sia essenzialmente temperanza (sophrosyne).

Per Aristotele era una delle virtù dianoetiche, cioè relative alla ragione vera e propria (dunque non relativa al carattere, o ethos). Egli stabilisce che la saggezza è la via per raggiungere la sapienza e questa conduce alla felicità.

La saggezza (sapiens), secondo Seneca, è caratterizzata da due elementi: la costanza e l’imperturbabilità.

La saggezza per il Buddhismo

« Non fatevi guidare dalla tradizione, dalla consuetudine o dal sentito dire; dai testi sacri, dalla logica o dalla verosimiglianza, né dalla dialettica o dall’inclinazione per una teoria. Non fatevi convincere dall’apparente intelligenza di qualcuno o dal rispetto per un maestro… Quando capite da voi stessi che cosa è falso, stolto e cattivo, vedendo che porta danno e sofferenza, abbandonatelo … E quando capite da voi stessi che cosa è giusto … coltivatelo. »

Il Buddhismo s’interessa di quegli aspetti dell’esistenza che sono osservabili invece dell’attaccamento a un credo. Tutto va verificato empiricamente. La verità è vissuta differentemente dalle persone. Ciò che veramente conta è la validità dell’esperienza, e se tale esperienza conduce a un modo di vivere più saggio e compassionevole.

Nella prima aula si parla di non confondere i fuochi del desiderio con il sole della vita e per superare la seconda della conoscenza si tratta di non fermarsi ad aspirare la fragranza dei suoi fiori inebrianti… non cercare il Maestro in queste regioni mayaviche….

Ecco ora inizia la farina del mio sacco… è circa da quando avevo 12 anni che mi interesso di occulto… prima l’astrologia, poi il buddhismo zen poi … l’adolescienza e i casini e poi rimettere in ordine tutto il casino che si è aperto avendo cominciato tropppo presto e senza guida… il fai da tè e l’età immatura non sono adatti al sentiero, ve lo garantisco. Ma quì in occidente di maestri se ne incontrano ben pochi e col passar del tempo dopo aver cercato e trovato, perso e imparato e disimparato mi rendo conto che il viaggio è quello che conta… non si ottiene niente eppure si ottiene tutto andando avanti nella vita spirituale… ho frequentato monasteri buddhisti, gruppi di teosofi, sono entrato di sfroso e ho partecipato al culto mussulmano… sono persino andato a messa per parecchi anni e poi ho mollato tutto e lo continuo ogni giorno… credo che la giostra sia continua e la vita può anche essere lunga, se hai fortuna. Oggi non so dove sono. So che devo parlare per almeno 20 minuti e siccome mi sono abituato a parlare a braccio adesso che devo scrivere la conferenza sono imbarazzato, infastidito e non ho nessuna ispirazione. Il fatto che si debba tradurre in francese poi mi rende ancora peggio disposto… mi sta prendendo una malavoglia e una specie di infantile ritrosia. L’ego si fa sentire… lo sento che comincia a scalciare e tenta di far bollire le passioni… tenta di pescare nel torbido per impedirmi di redigere questa conferenza… ecco la questione è chiara ? Ora penso che la chiave sia essere consapevole di cosa capita dentro quando si cerca di trovare il bandolo della matassa. Quando scrivo capita qualcosa dentro che cerca di rendre tutto confuso e senza scopo… cerca di riappiattire tutto e cancellare ogni progresso… la marea sale e solo il fatto di saperlo rimette apposto le cose. Questa capacità di andare avanti perché consapevoli di cosa sta capitando dentro credo arriva dopo che si è abbandonata l’aula della conoscenza… non è più una questione di nozioni o di conoscenze : si tratta di essere in contatto con quello che succede dentro di noi in maniera onesta. Le voci dell’illusione sono le nebbie dentro che salgono e rendono tutto vano. Sono insidiose perché sembrano reali… finché non mi rendo conto che il funzionamento del piccolo io è questo non c’è scopo a continuare la ricerca… ma per andare avanti è necessario cadere nella trappola e superarla costantemente finché non si arriva ad una regione libera da queste insidie… si rimane in questa condizione di schiavitù dall’io per chissà quante incarnazioni e quasi tutte le persone con cui abbiamo a che fare sono chiuse dentro un sistema illusorio di credenze, falsi miti, cultura, tradizione, schemi e convenzioni sociali che fungono da rete all’interno della quale ci tiene schiavi l’io.

“non fermarti ad aspirare la fragranza dei suoi fiori inebrianti. Se vuoi liberarti dalle catene karmiche, non cercare il tuo Guru in queste regioni mâyâviche”

maya, l’illusione :

Il velo di Maya

Con l’espressione Velo di Maya, coniata da Arthur Schopenhauer nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione, si intendono diversi concetti metafisici e gnoseologici propri della religione e della cultura induista e ripresi successivamente anche da vari filosofi moderni. Arthur Schopenhauer nella propria filosofia sostiene che la vita è sogno sebbene questo “sognare” sia innato (quindi la nostra unica “realtà”) e obbedisca a precise regole, valide per tutti e insite nei nostri schemi conoscitivi.

Questo «velo», di natura metafisica e illusoria, separando gli esseri individuali dalla conoscenza/percezione della realtà (se non sfocata e alterata), impedisce loro di ottenere moksha (cioè la liberazione spirituale) tenendoli così imprigionati nel samsara ovverosia il continuo ciclo delle morti e delle rinascite. Similmente alla metafora della caverna di Platone, l’uomo (e quindi l’intera umanità) è presentato come un individuo i cui occhi sono coperti dalla nascita da un velo, liberandosi dal quale l’anima si risveglierà dal letargo conoscitivo (o avidyã, ignoranza metafisica) e potrà contemplare finalmente la vera essenza della realtà.

Le numerose ed eterogenee correnti induiste attribuiscono significati e funzioni differenti a questo concetto: le correnti dualistiche (come ad esempio gli Hare Krishna) la interpretano come il «velo» che separa l’essere individuale dal riscoprire la propria relazione con Dio, che essi identificano con Krishna; mentre presso le scuole moniste (come, ad esempio, l’Advaita Vedānta) questo «velo» è rappresentato dall’identificazione con il corpo, con la mente, con l’intelletto e con la propria stessa individualità, il senso dell’io (ahamkara), ovvero tutto ciò che ricopre e riveste l’Ātman (unica entità eterna ed immortale), impedendo di riconoscere la propria identificazione con esso ed illudendo così l’anima individuale di essere un individuo distinto dal tutto.

Punto zero :  L’illusione di essere un io separato dal tutto. La vera consapevolezza rappresenta questo. Essere, sperimentare una stato di coscienza unitario, dove c’è la diretta percezione di essere illusi nella separazione. Un’esperienza è fatta di rappresentazione essenzialmente, ma in realtà l’esperienza è data dal non essere consapevoli di proiettare sullo schermo della “realtà” la propria mente. La mente non è illuminata e le ombre danzano nelle nostre vite nel samsara, si ripetono finché non ci svegliamo… Cosa ci fa cercare il risveglio ? La sofferenza ? L’inutilità della vita ? Il dolore e la depressione ? L’intima consapevolezza della precarietà dell’esistenza e la sua ineluttabile ripetitività … non se ne esce ! Mi sono addormentato nello scrivere quest’ultima frase, ahaha ! Il problema di avere il letto di fianco al computer ! Ho letto alcune pagine di “Storia dell’eternità” di J.L. Borges e mi stupisco ogni volta di come si possa scrivere citando mille cose con una agilità e scioltezza così naturale. Ah ! Che invidia ! Ogni volta che leggo un grande mi ripeto… nella prossima vita ! Certo perché il più crudele giudice della condizione umana è il confronto con i grandi della storia e la tremenda consapevolezza di non essere come loro ! Se non pui essere il sole accontentati di essere l’umile pianeta e vivi di luce riflessa… la vera saggezza sta nell’accontentarsi di chi si è senza smettere di migliorarsi… si provarci e riprovarci… e poi una volta toccato il fondo rendersi conto che solo chiedendo l’intervento di un maestro o del padre o di qualcun’altro a volte è possibile risalire. Che destino ! Poi risalgo… il lavoro di servizio fa il resto… la direzione giusta intrapresa fa il suo effetto. Faccio un lavoro di servizio, mi occupo di ospitare chi desidera studiare la teosofia e servo chi ne ha bisogno… prima cercavo il potere… ora ho il potere… di servire ! Che è poi l’unico potere che esiste a ‘sto mondo. La conoscenza ? Boh ! Di cosa stavamo parlando ?

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