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È uscito il libro “Il volo della fenice. Dialoghi alchemici a New York” edito da Lampi di Stampa.

 

Alchimia e spiritualità in un racconto ambientato a New York: “Il volo della fenice” di Alessandro Martinisi è in libreria.

 

 

È disponibile a partire da questa settimana il libro Il volo della fenice. Dialoghi alchemici a New York. L’autore è Alessandro Martinisi attualmente dottorando all’Università di Sheffield. Alessandro non è nuovo a pubblicazioni di carattere spirituale, ha infatti pubblicato nel 2009 un saggio storico musicale dal titolo Il sogno sognato di Karol Szymanowski. Re Ruggero tra luce ed ombra che è una lettura personale e nuova sull’ opera lirica del più grande compositore polacco dopo Chopin. Non solo musica però. Come questo racconto dimostra, Martinisi si interessa anche di anche filosofia e di simbolismo. Abbiamo scelto di rivolgergli alcune domande per capire meglio di cosa parla questo libro.

 

Raccontaci qualcosa di te e cosa ti ha portato ad occuparti di tematiche così sensibili.

Sono attualmente dottorando all’Università di Sheffield nel Regno Unito, un ateneo molto famoso in quanto molte scoperte in ambito scientifico, informatico e matematico sono state fatte proprio lì. Nonostante il mio background umanistico, da alcuni anni mi occupo principalmente di analisi di dati e di statistica. Ho lavorato come giornalista e come analista usando le tecniche cosiddette dell’OSINT e poi mi occupo anche di Filosofia dell’Informazione (PI). Tuttavia questo è un discorso molto ampio e qui potrebbero sembrare solo parole buttate alla rinfusa. Ad ogni modo posso dirti che mi occupo di queste tematiche abbastanza a lungo da capire come il concetto di “average man”, cioè quello di “uomo medio” di Adolphe Quételet, abbia combinato disastri alla nostra società sopprimendo con quell’idea qualsiasi benessere dell’essere umano in termini di unicità, creatività, individualità tipici, a favore della media statistica. D’altronde già René Guenón l’aveva capito e ci aveva avvisati nel libro Il regno della quantità e i segni dei tempi dei pericoli insiti nella statistica che è altra cosa rispetto alla sacralità del Numero. Ma questa è un’altra storia che ci porterebbe lontano dal libro.

 

 

Alessandro, parlaci dunque del tuo libro. Qual è stata la circostanza che ti ha portato a scriverlo?

L’idea di questo racconto nasce proprio a New York e nasce in particolare da un incontro con un personaggio influente nella metropoli. Purtroppo non posso rivelare il suo nome e il luogo dove lavora, anche se posso dire che è una istituzione molto conosciuta nel mondo. Ammetto che è stato un incontro dalle circostanze a dir poco bizzarre ed è avvenuto in un momento molto significativo della mia vita. In quel momento stavo già approfondendo la simbologia e la storia dell’Alchimia, ma quell’incontro ha letteralmente dato un corso differente alla mia vita. Mi ha aperto nuovi orizzonti. E non credo sia stato un caso.

 

Raccontaci qualche dettaglio in più del libro.

Il racconto è strutturato in forma di dialogo e narra l’incontro tra un giovane animato da uno spirito di ricerca che si trova “nel mezzo del cammin della sua vita” e un anziano professore, che si scopre subito essere un alchimista. L’anziano guiderà il giovane a trovare le risposte alle domande più importanti sul mistero della vita. Ma non fornisce risposte come le intendiamo comunemente. Le risposte che fornisce sono altre domande, oppure una meditazione su un’immagine, l’ascolto di una musica, oppure semplicemente l’ascolto del silenzio o del rumore, perché a volte non si può tradurre in parole quello che può essere solo visualizzato e intuito, compreso nel proprio cuore. Ho scelto la forma del dialogo perché più si addiceva al mio scopo, cioè quello di descrivere un percorso formativo, un percorso di maturazione, come nello stile del Bildungsroman.

La città di New York fa da sfondo e contrasto al dialogo che si dipana tra quelle strade dall’alto valore simbolico, come Bryant Park o il Rockefeller Center con il suo General Electric Building, ma anche il palazzo di vetro dell’Onu. In generale descrivo i grattacieli di New York come fossero delle torri e voglio richiamare con questo non solo qualcosa di feudale e dunque dandone una sfumatura “politica”, se mi lasci passare questo termine, ma anche richiamare la carta dei Tarocchi: cioè quella della Torre appunto, con tutta la sua valenza simbolica. In questo caso interpreto però questa carta non come la punizione per aver voluto rivaleggiare col divino, ma solo come ammonimento e messa in guardia per i tempi critici che stiamo vivendo. In fondo è generalmente condiviso da politologi ed economisti che la crisi finanziaria, come la conosciamo, è nata tra quelle torri. Ma a New York è anche onnipresente il mito di Prometeo come nella statua dorata del Rockefeller Center alle cui spalle vigila il Demiurgo, e come nella Statua della Libertà, esempio eclatante e urlante del mito. E trovo suggestivo che il nome Prometeo non solo può derivare dal greco pro-metis e cioè “previdenza”, ma anche dal sanscrito Pramantha che era lo strumento usato per accendere il fuoco.

 

In che senso parli di alchimia e di spiritualità? E come li hai inseriti nel racconto?

Come dicevo prima, questo racconto è in realtà un viaggio di formazione. L’Alchimia con la sua ricchezza di simboli, di iconografie, di messaggi soprattutto spirituali, rappesenta un veicolo per migliorarsi e come conseguenza migliorare gli altri. Migliorarsi significa secondo me comprendere chi siamo, significa conoscersi senza paure, e lo studio della simbologia alchemica aiuta su questo percorso direi terapeutico o, se preferisci, psicoterapeutico. I simboli vanno interpretati poco a poco come rebus, come quiz. È in realtà un grande gioco di parole, di analogie, di allegorie. Non parlerei però di “auto-realizzazione” o di “auto-perfezionamento”, parole abusate dal marketing e che riportano molto spesso a promesse vane fatte da parte di istituzioni o organizzazioni. E quando parlo di “alchimia spirituale” non mi riferisco specificatamente alle opere di Aïvanov o di Ambelain.

Quando parlo di alchimia spirituale mi riferisco più in generale a qualcosa che non ha “autori” e mi riferisco alla nostra volontà di trasformazione. Se l’alchimia “operativa” trasformava il vile metallo in oro, l’alchimia “speculativa” si riferisce soprattutto alla sfera spirituale e psicologica che è la nostra abilità di trasformare impulsi nocivi, in quanto distruttivi, in stimoli costruttivi al servizio della vita.

Solve coagula è uno dei “motti” alchemici che significa letteralmente “sciogliere i coaguli”, cioè sciogliere ciò che ci trattiene, ciò che ci incatena, e possiamo parlare in termini molto generali di problemi. E la vera sede per la “trasmutazione” è la nostra mente e dunque i nostri pensieri che da essa sono generati. Sono infatti i pensieri che ci conducono per mano e i pensieri diventano gesti, i gesti diventano azioni e sono le azioni a guidare poi la nostra vita, Gandhi lo sapeva bene. Giordano Bruno affemava che sono i pensieri a generare la materia e non viceversa. Altri come Annie Besant e C. W. Leadbeater parlano di “forme-pensiero”. Carl Gustav Jung, a cui mi ispiro, riporta Zosimo di Panopoli il quale dice che gli alchimisti sono “figli dalla testa d’oro”. Dunque la vera alchimia risiede nella nostra testa. Il libro Psicologia e Alchimia è una delle mie fonti d’ispirazione così come il Libro Rosso e tutti gli altri testi della eredità junghiana, penso a quelli di Marie Luoise von Franz anche.

Tuttavia il mio racconto si scopre man mano essere in realtà un trattato filosofico in forma di dialogo, dunque non c’entra nulla col romanzo o la fiction. Parlo di storia, parlo di filosofia e di simbologia, ma in una forma differente.

 

E perché hai usato la Fenice come titolo del libro?

Forse perché ricorda il teatro veneziano? Scherzo, ma non del tutto. Nel libro spiego ampiamente perché ho voluto questo animale mitico che risorge dalle ceneri. Diciamo che dopo questa chiacchierata il perché può essere evidente: la Fenice è il simbolo stesso della trasmutazione. Ma non mi posso dilungare nei dettagli qui. Mi limiterò solo a dire che è un augurio per tutti, un augurio per tutti i giovani che sono “alla ricerca” e che possiedono in nuce il desiderio di ricrearsi e rigenerarsi. Come italiano all’estero non posso che essere solidale con tutti i miei coetanei, quelli rimasti in Italia e quelli espatriati perché siamo in fondo tutti legati tra noi e abbiamo una medesima direzione. Attraverso i due personaggi del libro ho infatti anche tentato di interpretare con sincerità le ansie e le aspirazioni della generazione a cui appartengo. Il mio augurio di fede è che se noi giovani riusciremo a lavorare mettendo insieme le nostre forze potremo tutti insieme uscire dalla empasse in cui il malgoverno (e non mi riferisco ad uno in particolare) ci ha spinti. Ricordi? Solve coagula! Sciogliere i coaguli, che detto in questo modo sembra essere anche un atto rivoluzionario.

 

Il libro è acquistabile on-line sul sito dell’editore Lampi di Stampa a questo indirizzo http://www.lampidistampa.it/alessandro-martinisi/il-volo-della-fenice/2083.html oppure sui siti Amazon ed IBS. La recensione del libro è stata scritta dal Prof. Francesco Lamendola e la si può leggere qui http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=48861

Per scrivere all’autore potete mandare una mail a info@martinisi.org

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