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Rivista Teosofica Svizzera/Ticinese (ADYAR)

~ Società Teosofica Ticinese ri-fondata il 29/9/2009.

Rivista Teosofica Svizzera/Ticinese (ADYAR)

Archivi della categoria: Giancarlo Fabbri

www.teosofia.ch presenta : I testi di Giancarlo

11 giovedì Dic 2014

Posted by abcsocial in Giancarlo Fabbri

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Dedicata a Greta e

Andrea Biasca-Caroni

La percezione della libertà e la libertà assoluta

 

Come tutti sanno, l’uomo necessita non solo di viveri e di acqua per l’esistenza, ma anche di “quella percezione di libertà” come entità di scelta e riflessione alfine di stabilire un rapporto e un vincolo di pensieri e di opinioni in grado di giudicare con saggezza il bene dal male, il giusto dall’ingiusto.

A partire dagli ultimi decenni del ‘900, la perspicacia di un maggior bisogno di libertà ha sospinto l’uomo verso una condizione di libertà assoluta in cui non mancava l’anelito di una risoluta necessità. Egli si sentiva come afflitto e vittima di atti ingiusti di natura socio-economica anche se non era in discussione la libertà di pensiero e di operosità bensì, quella in tutta la sua globalità basata sulla famiglia e la cosa pubblica o privata, che sono state male interpretate dalla prepotenza e la prevaricazione di coloro che usano la violenza e lo stupro; di quelli che uccidono e rubano in virtù di una decisione personale verso la società e la proprietà; di coloro che si prendono la libertà di troncare relazioni e vincoli sentimentali o accordi prestabiliti; di quelli che trovano il tempo di suicidarsi o usarsi violenza, sempre in nome della medesima autodecisione; e di tutti gli altri che rinunciano alla loro personalità e identità senza limitazioni o influenze esterne e con la probabilità di rimanere emarginati in ambito umano e sociale.

Con la ferma determinazione di voler perseguire la libertà assoluta, l’uomo diventa egoista ed egocèntrico con una esorbitante autostima di sé e pronto, se necessario, a uccidere il proprio figlio se questi volesse impedirgli di “vivere la sua libertà”, poiché nemmeno la libertà sopporta più le leggi in sua difesa e di tutte le altre ritenute pervasive, in quanto l’assoluta libertà non pone limiti agli arbitrii e crea tensioni che suscitano ansietà.

Orbène,questo commento non riguarda la libertà civile bensì, quella di opinione e nessuna persona mi può suggerire che cosa devo fare della mia libertà di opinione, che non ha un carattere di sacralità, ma piuttosto quello di dover negare a chiunque la potestà d’impedirmela.

La stessa cosa si può affermare nei confronti della vita che non ha in serbo un valore assoluto, ma transitorio, e a nessuno è consentito il diritto di calpestarla. Ma se essa non possiede un valore assoluto, allora nessuno può vantare un diritto assoluto sù di lei….

E anche sulla mia morte!

Questa libertà “a tutto campo”, significa non assumersi responsabilità verso noi stessi e gli altri; significa vivere la percezione e il bisogno della propria sensualità; vuol dire abbandonarsi inconsciamente ai propri stimoli e disconoscere la propria realtà con il rammarico e la vergogna di sé, perché la libertà è la dimora infinita del potere e di un predominio che si manifestano nelle sue avversità, mentre la sua decadenza riflette l’onnipotenza della sua autodistruzione.

La libertà assoluta ci distrae dall’intraprendere un sentiero nella consapevolezza del limite e della misura, che non sono solamente limiti e misure, ma anche valide garanzie vòlte a tutelare la nostra persona e le sue necessità.

L’abrogazione dell’autorità non ci esenta, però, dalla condizione di sudditànza perché altri poteri sono pronti a condizionarci da ogni parte.

È l’autorità che sorregge la libertà, e se questa manca, ecco il materializzarsi di altri poteri occulti. Di solito, il potere che nasce dall’autorità è benefico; è malefico quello che nasce dal potere e l’odierna libertà non si avvale ormai di soli pensieri, ma per lo più, di desideri riconducibili a una istintiva ed emotiva condizione che, “obtorto collo”, non è pensante!

Diventa perciò importante parlare di libertà la quale, nella parvenza di beneficarci e di farci sentire persone capaci e creative, ci sospinge verso il tracollo come persone vanèsie che rifiutano di crescere per non dovere rinunciare alla straordinaria potenzialità dell’infanzia, aperta a ogni immaginazione di vita e capace di negarne la sua stessa esistenza, ma incapace di liberarci da quel vincolo di sottomissione per consegnarci al “destino”, fintantoché “libertà e automatismo” si contèmperano in “maniera armoniosamente perversa” e si apprestano all’uso della violenza nei confronti dell’altrui volontà.

Esiste come una sottile e impercettibile linea fra autonomia e automatismo: quest’ultimo tendente all’assoluto; ma l’arcana imprevedibilità del destino è quella di dire “un si alla vita” che nasce nel suo grembo, da cui l’uomo ne trae privilegi, ma del quale, egli non è il creatore ma solo il fruitore.

Arriviamo, pertanto, a capire come la libertà assoluta è un male assoluto, il male assoluto la libertà assoluta e l’opportunità di un abusare di persone e cose…. noi inclusi!

La libertà, circoscritta fra la sua nascita e lo sviluppo di eventi instaurati e perpetuati dalla volontà dell’uomo, “non è l’inizio e un fine” bensì, il “percorso e non una meta”.

L’assoluta libertà è un assiduo andare e tornare attraverso la creatività e il suo annientamento tanto che, alla fine della nostra esistenza, tutto si reiterà e tornerà come prima….

La libertà pone un fattore esistenziale e con esso l’esigenza di un’approfondita indagine per capire il comportamento e lo strascico con cui appropriarsene e disporne a piacimento. Alla fine non sarà questa libertà, imposta e sovrastante, a illuminare le nostre menti, a penetrare i nostri corpi, a scuotere le nostre coscienze bensì, un’altra, da sempre libera e ìnsita in noi per il volere dell’altissimo e offertaci come un dono meraviglioso della creazione e dell’infinito scorrere del tempo universale.

A compimento di questo mio scritto, desidero aggiungere alcune riflessioni importanti, imposte dalla morale, sulla libertà e dettate da una delle maggiori filosofe viventi: Agnes Heller; ungherese, ebrea a conclusione dei suoi studi ma, prima di tutto, per le sofferenze subite essendo scampata al totalitarismo di destra, il nazismo, poi al totalitarismo di sinistra, il comunismo.

Essa afferma:

“Solo se sono libera posso scegliere che cosa fare della vita”.

– “La libertà sia interiore e morale, sia quella civile è quella che non s’ingerisce nelle vite altrui e per me, è il valore supremo”.

“Nulla può sostituirsi alla libertà: non lo può fare la giustizia giacché la giustizia va fondata sulla libertà”. “Non lo può fare l’amore, giacché l’amore, per essere dignitoso, necessita della libertà”. “Non lo può fare l’utilità che senza libertà è inutile”.

 

Credo che la Heller voglia ribadire come la libertà sia un aperto conflitto per la libertà stessa di cui la filosofia non è chiamata a sostituirsi alla libertà, ma quello di risvegliarne la coscienza e la cultura.

Il pensiero della Heller riposa su una propria affermazione del pensiero italiano, secondo il quale: “la filosofia non è politica e non la influisce”.

I filosofi che intendono partecipare ad un dibattito di lotta politica non lo fanno, di certo in nome della filosofia. Infatti, se una persona partecipa ad un colloquio, lo fa a titolo personale e non in nome della filosofia.

È molto probabile che i filosofi credono di sapere ciò che gli altri non sanno.

Il compito dell’odierna filosofia non è di trasformare la politica in verità, ma quello di rendere più chiaro la coscienza della libertà!

 

Ascona, il mese di dicembre 2014

FABBRI GIANCARLO,

Membro della Società Svizzera

 

 

Dedicata al collega ing.

Marco Boccadoro

 

La presenza di Dio nella creazione universale

 

Il secolo da poco trascorso, ha portato con sé indimenticate e tragiche realtà a causa di insensati e irragionevoli conflitti, in cui fanno spicco le guerre mondiali (1915-18 e 1939-45) e dove la follia politica di regimi totalitari di destra, il nazismo e poi quello di sinistra, il comunismo, hanno provocato, più o meno, un venti milioni di morti. Inoltre, se teniamo conto dell’insensato degrado della natura a causa di inquinamenti, disboscamenti e di incendi provocati dall’uomo, ci troviamo di fronte a una totale follia umana, responsabile di una virulenta insorgènza del cancro.

Con l’inizio del nuovo secolo e del millennio, la presenza di una forza distruttiva potrebbe annientare ogni forma di vita sul pianeta che, visto da un’altra galassia, appare come un minuscolo satellite del sole; e come se non bastasse, esiste una potenza di calcoli elettronici in grado di controllare una quantità di persone superiore a quella di tutti gli abitatòri della terra.

Ecco che sorge allora in noi una pronta e spontanea riflessione: perché Dio non interviene e pone fine al ripetersi di una così immensa e tragica realtà? E noi tutti, d’ora in poi, come ci comportiamo nei confronti dell’esistenza di Dio?

Se l’uomo vivesse nell’immanenza, tutto ciò che lo circonda si esaurirebbe nella percezione sensoriale, come il risultato di un’evoluzione biologica; ma ne esiste anche una trascendentale, che và oltre quella biologica ed è il superamento culturale che ha consentito all’uomo di scoprire, nei laboratori di ricerca, un mondo superiore capàce di avere sconfitto le tante malattie dei nostri progenitori e di alcune odierne forme tumorali, che sono un’eccessiva proliferazione di cellule progressive e in apparenza controllate.

La vita media è molto aumentata grazie alle scoperte nel mondo in cui viviamo, che è regolato da “leggi universali e immutabili” di cui Galileo Galilei le aveva registrate nel libro della natura da circa quattrocento anni, dove ogni cosa trova una sua collocazione.

Se l’uomo intende sopravvivere, dovrà fare affidamento non solo alla scienza ma anche alla fede, perché scienza e fede rappresentano l’una, la sfera “immanentìstica” e l’altra, quella trascendentale.

L’uomo, che è in condizione di intelligere, ha inventato la scrittura con la quale ha saputo capire il pensiero dei grandi personaggi del passato e, nel contempo, ci lascia in eredità delle conoscenze intellettuali o psicologiche di una realtà che si è servita della matematica e della scienza; l’una come materia di rigide e logiche applicazioni; la seconda di rigorose sperimentazioni. La scienza parla di una logica che regge il mondo dell’universo con stelle e galassie che “non può scaturire dal caos primordiale” poiché; se esiste una logica, “deve esserci necessariamente un genio ideatore: Dio”!

Gesù, figlio di Dio, è parte della trascendenza della nostra vita e il volere disconoscere l’esistenza di Dio significa affermare che non esiste l’autore di quella severa logica che regge il mondo e tutto si concluderebbe nella sfera dell’immanenza; ma così non è, perché non esiste nessuna scoperta che contrasta la presenza di Dio.

L’ateismo, non risponde ad una logica teorica e a un’autorevole potestà bensì, a un comportamento umano nella convinzione di una fede proiettata nel nulla.

 

Ascona, dicembre 2014

 

Giancarlo Fabbri

Membro della società Svizzera di teosofia

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– SIC TRANSIT GLORIA MUNDI – , Giancarlo Fabbri

04 sabato Ott 2014

Posted by abcsocial in Giancarlo Fabbri

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arte


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SIC TRANSIT GLORIA MUNDI ….

Fintantoché la gloria si librava lassù nell’alto dei cieli in modo astratto e dolcemente tranquilla, essa volgeva uno sguardo disattento alle vicende umane, in apparenza scevre da preoccupazioni, turbamenti, passioni e dove tutto pareva scorrere senza improvvisi contesti istituzionali di grande rilevanza.

La sua discesa sul mondo venne accolta come “grazia dei” mentre con la sua partecipazione alle memorabili gesta dell’uomo, emersero personaggi di alto profilo e avvolte di una sacrale aureola di eterno fulgore.

Era la gloria celeste che ammantava gli uomini e consentiva loro di vivere e di morire nella percezione e nella perfezione della grandezza divina che non erano soggette alla contingenza storica bensì; evidenziavano l’immobilità e l’eternità del mondo, prima di ritornare in cielo con quel “tocco” di  garbata leggerezza.

È la gloria “metastorica” che dopo l’incèdere solenne e grave degli avvicendamenti umani, si fà storia dei poteri imperiali attraverso l’esaltazione di grandi condottieri. E poi, ecco che appare la gloria volta a celebrare le straordinarie e grandiose leggende di eroici protagonisti che con le loro irrepetibili gesta sono entrati nella storia e divenuti leggenda. È la gloria propositiva che guarda il mondo influenzandolo nel suo specifico assetto e lo esalta per tutto ciò che “esprime bellezza”, cercando di comprenderne le sue veridicità e le perplessità nei mutamenti e offrendosi alle opere d’arte, di scienza, di ingegno.

Ma se la gloria esce fuori da quel attimo fuggente del tempo universale, essa vive una celebrità dimessa e concessole dal tempo stesso; oppure una notorietà che può scadere nella futilità o vacuità di un esito effimero.

Resta ancora insoluto il rapporto fra la gloria e l’argomentare filosofico; (e Platone sosteneva come il filosofo non dovesse aspirare alla gloria). Senonché, non è facile raccontare le vanità e le leziosità dei filosofi che tendono a suscitare l’ammirazione altrui per potersi lodare, a loro volta.

I sentieri alla ricerca della gloria sono duplici: l’uno che privilegia la gloria nella storia e l’altro che reputa sia necessario uscirne. Nel primo caso, molto hegeliano, la gloria si identifica col divino che incrocia il divenire della storia; mentre nell’altro contempla una ascensione spirituale con il digiuno, la meditazione e la tradizione orale per arrivare alla verità che coincide con la rivelazione illusoria della storia, del tempo, del mondo.

La ricerca della gloria ha creato nei filosofi un senso di paura e sgomento nel timore di vedersi scomparire. Infatti le gesta eroiche, siano esse storiche, artistiche, scientifiche o filosofiche, diventano come la dichiarazione bellica di un loro eventuale annientamento e l’atteggiamento di una loro probabile estinzione.

Il filosofo trascorre l’esistenza nel silenzio tra la gloria e la vita pubblica; ma se prende parte all’attività mondana e incontra la massa, egli diventa un vanaglorioso con una fama che cela l’invidia di un potente “ego” e che non sfugge alle ambizioni umane.

C’è come una duplice attenuante nell’affrontare argomenti universali destinati alla storia. Da una parte egli si ritiene un predestinato alla gloria, la cui grandezza gli appartiene; dall’altro verso è come se la gloria lo avesse scelto con il compito di dovere educare l’umanità sulla complessità di temi ricorrenti che la caratterizzano.

La filosofia non è una pratica esotèrica riservata a teorici e praticanti. Essa si eleva da un basilare concetto universale per l’intera umanità, dalla nascita alla morte e oltre.

La filosofia acquisisce così una sua intima e segreta grandezza e diventa più perspicace, raffinata e riservata a pochi.

La vera gloria è quella che sopravvive alla nostra condizione umana e pure il filosofo vuole farne parte non solamente col pensiero, ma anche con la sua presenza.

Egli va giudicato per la sua azione morale e non per le sue personali vicende; egli va valutato per le sue riflessioni e considerazioni e non per i suoi impulsi, consapevoli o nascosti.

Nel suo perenne cammino sulle esaltazioni irrazionali, sulle sconsideratezze e le temerarietà, sulle illogicità e stravaganze unite a progetti e aspirazioni utopistiche, la gloria si manifesta come la fede nuziale che unisce il tempo all’eternità; la vita all’immortalità.

Ascona, settembre 2014

Fabbri Giancarlo

“Membro della Società Teosofica Svizzera”

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Giancarlo Fabbri, L’uomo tra spirito e materia

13 venerdì Giu 2014

Posted by abcsocial in Giancarlo Fabbri

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L’uomo tra spirito e materia

C’è (un) qualcosa di misterioso e incomprensibile che spira, lievemente e con garbo, attorno all’uomo, come un’impercettibile soffio di vento che lo avvince tanto che, egli cede e vive uno stato d’animo che, inconsapevolmente, gli appartiene.
È l’anima, che interagisce tra spirito e materia in un affettuoso sentimento, creatore di vincoli armoniosi e di convivenze concordate tra le parti che sfociano, talvolta, in una inquietudine accompagnata da una instabilità emotiva.
L’anima è il vero unico percorso e l’estremo rimedio alla nostra vita così come, alla sua gloria e notorietà ; alle molteplici convivenze ed opportunità; alle condizioni sociali ed impegni assunti.
L’uomo non trova abbastanza conforto o salvezza nella religione, nonostante essa conserva in sé quella ricchezza spirituale che lo sostiene e lo celebra con le preghiere a difesa della sua vita.
L’anima è un esile filo di speranza che spalanca e chiude l’esistenza, ma ciò, non riguarda l’”Io” come soggetto pensante di sé e percezione del mondo, né l’eternità personale e imperitura.
L’anima è la sola àncora di salvezza e, se nel tempo perde vigore, salute e bellezza, l’uomo riparte immancabilmente da essa, alla stregua di una piccola fiamma che dirada l’oscurità in un impercettibile respiro di vita, perché in lei è racchiusa la nostra umanità e la personalità: ora e per sempre!
Alla fine della vita, è nostro compito salvare l’anima e rimetterla ad altri, affinché prosegua la sua missione.
Qualche volta accade che l’anima inganna il corpo ma quest’ultimo, talora, ancor più, cosicché, essi vengono meno ai loro doveri ma nonostante questa violazione dell’impegno sottoscritto e responsabile di una sofferente e insopportabile lontananza , esiste tra di loro una tacita complicità fatta di paziente attesa verso il ricongiungimento finale.
Però, se il distacco diventa definitivo, cioè: quando il corpo sarà inanimato, lo scioglimento diventa la disperazione di un addio.
Ci sono intensi sentimenti che si rifanno all’anima e viceversa: sono le emozioni, che vengono dal cuore e vanno all’anima o i sentimenti che discendono dall’anima e vanno al corpo sospingendolo verso un veritiero amore o a un sentimento di attaccamento con una profonda partecipazione emozionale.
L’”AIRE”, che causa un’emozione, è l’impulso; mentre ciò che ispira un sentimento, crea una condizione spirituale di sofferenza.
Anima e corpo suscitano passioni, in cui l’anima è ciò che resta mentre il corpo quel che muta, si allontana e si dissolve.
Se l’amore volge lo sguardo alla mente, è perché vuole capire dove sta quel legame morale di interdipendenza tra le persone e la vita circoscritta; tra il vero e il suo divenire; tra la realtà concreta e l’essenza intelligibile delle cose.
La comprensione è “quindi” il punto focale tra le persone e la vita creando e mettendo in evidenza ciò che si chiama “intelligenza”. Però, se la mente guarda all’anima e ne prende possesso, essa è la coscienza, la cui comprensione si riflette nella più totale consapevolezza.
L’anima è il soffio divino e l’ispirazione del corpo, sia nella sua forma che nell’essenza; dal suo sorgere e fino al dissolvimento.
Essa è una quantità irrilevante, del tutto “infinitesimale dell’essere” stesso ed è insita in noi come una particolare particella che riconosce e unisce i corpi all’origine, anche se poi, essi se ne vanno, si trasformano, deperiscono e muoiono, mentre l’anima ritorna alla mente sotto le spoglie di una nostalgia molto acquietate nel corpo, attraverso i sensi.
Vive anche l’anima di una comunità, di una nazione, di un popolo ma nonostante il concetto pluralistico, essa ribadisce il suo principio di unità. Il corpo è l’esatta riproduzione, il suo modello e trasposizione che si rivolge a lei allorquando tutto sembra precipitare e avere una fine imminente.
È necessario che l’uomo riparta, rinasca e ricrei in una nuova vita spirituale su nuove basi morali, affettive e sociali con nuove città, nuove patrie e nuovi popoli in un mondo del tutto inedito.
L’anima è (un) qualcosa di dolcemente tenue nella sua profonda entità così sinuosa e flessibile. Se fosse solo una pia illusione, tale sarebbe la nostra vita, perché “lei” è il “nascondiglio” dove nascono i nostri pensieri e le emozioni; è il “cassetto segreto” di tutto ciò che è stata la nostra vita; è lo spazio ideale della nostra coscienza e della memoria; è “la sensibilità e la consapevolezza” di tutta un’esistenza.
Il risveglio dell’anima accompagna l’uomo sul viale del tramonto e la sua presenza gli rammenta lo scorrere del tempo: “ Quello della spensieratezza”, e dell’appagamento del corpo e lo accoglie nella misericordia di Dio e l’oblio degli uomini.
Alla fine della sua missione, di lei resta la pura essenza di un viso e quella di un corpo evanescente, velato e incerto in un informe contesto; il manifestarsi di una sorgente di luce; il richiamo di una voce; l’impronta di una manifesta personalità nella quale “mente e cuore” sono il riverbero della stessa vita.
Le scienze umane hanno dimostrato, attraverso un’acquisita conoscenza, una ricercata riflessione ed oculata osservazione, l’esistenza dell’anima, perché le ispirazioni del cuore non trovano appagamenti in questo mondo, come il ricorrere agli stupefacenti vanamente fantastici e irrealizzabili; o alle pratiche sessuali con dei risvolti psicologici e culturali, insolitamente ossessivi e talvolta patologici, a differenza di quella animale che è vissuta come una necessità fisiologica, o all’utopia degli uomini di Potere per la creazione di un mondo migliore.
Tutto ciò porta scontentezza e sconforto dell’anima, perché l’uomo è stato creato per una eccelsa beatitudine, non di certo per qualcosa di meno.

Ascona, Giugno 2014
Fabbri Giancarlo, “Membro della Società Teosofica Svizzera”

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Fabbri Giancarlo, Dalla filosofica superiorità spirituale alla filosofia della conoscenza scientifica

25 venerdì Apr 2014

Posted by abcsocial in Autori, Giancarlo Fabbri

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mpubblico
Dalla filosofica superiorità spirituale
alla filosofia della conoscenza scientifica

La filosofia che contribuì negli ultimi millenni all’evoluzione del pensiero umano, non sembra ora più in grado di custodire e fronteggiare tutto lo slancio che l’ha vista ascoltata protagonista, in quanto è rimasta orfana di quell’incisivo respiro pieno di vitalità, mediante il quale conferì prestigio alla cultura europea occidentale.

Pare, infatti, che l’annientamento dei suoi insegnamenti, sia stata una forma di autodistruzione programmata da tempo dagli stessi filosofi, perché essa non si occupava più delle dottrine di pensiero. Azione e pensiero sono, quindi, l’esito senza tradizioni di un processo che ha avuto sovente la presunzione di cambiare il mondo e di realizzarsi come originaria corrente culturale nell’adempimento ed evoluzione dell’opera umana.

Se la filosofia non esplica più una libera presenza bensì, la forma di una pesante ed oggettiva sudditanza, essa trascinerà con sé la già decadente cultura, perché non è più capace di proporre nuove idee, nonostante sia in condizione di confutarne quelle esistenti. Però, nella logica, non crea alcun mutamento e non si preoccupa di trarre suggerimenti da tutto ciò che le viene prospettato e che potrebbero avere un maggior peso della stessa proposta.
È da lungo tempo che la cultura parla solamente a sé stessa ma senza coinvolgere la vita delle persone e rivelandosi servile nei confronti della scienza e dell’ingegneria. Essa, classica cultrice, si appresta alla fine della conoscenza umanistica, poiché la cultura della crisi, iniziata con il primo ‘900 e diventata poi crisi della cultura verso la metà dello stesso secolo, aveva bisogno, per sopravvivere, di essere il principio logico secondo il quale ogni concetto è uguale a sé stesso in anima, corpo e mente (l’Identità) e l’avanzamento verso forme di cultura e di civiltà più evolute ma ancor più di conoscenze scientifiche e condizioni di vita alternative di modelli sociali di patria, religione e di una comunità basata su origini comuni e interessi pratici; di idee come componenti di una comunità, tenendo presente la differenziazione di una partecipazione a dei valori condivisi nei loro concetti di universalità, come riferimento di obiettivi altrimenti, la filosofia rimane un fattore individuale ed intellettuale di marginale accoglienza.

È inutile restare incerti ed indecisi sulla crisi in atto, perché la cultura ha valore solamente se esprime una tendenza di vita (culturale) ideologica o politica, altrimenti “è e resta” un ampio corredo di cognizioni di varie discipline (l’erudizione) o un concetto che attribuisce un particolare valore alla conoscenza dell’intelletto, ma mettendo in subordine altre facoltà quali: l’intuizione, la volontà; l’emotività.

La cultura dovrà, quindi; esprimere una concezione di vita globale che richieda un atteggiamento severo e responsabile. La cultura perdurerà se si stupirà ed assumerà un entusiastico impegno per la sua nascita e la sua rinascita; se si predisporrà ad un profondo condoglio per la sua morte; se assaporerà l’ultimo stadio della sua vita e il limite della propria finitudine.

La cultura e la filosofia non devono fuggirsene dalle nascite e le morti, ma rinnovare l’insieme delle conoscenze, delle aspirazioni e idee delle persone nel timore di dovere, poi,rendere conto a Dio, allo spirito e al suo soprannaturale manifestarsi all’uomo.

In un confronto tra utilità della conoscenza scientifica e tecnologia con l’inutilità delle scienze umanistiche, c’è un divario da considerare per chiarire le disponibilità economiche in rapporto agli intendimenti dichiarati.

Se la scienza e tecnologia offrono una condizione di vita di maggiore agiatezza predisponendosi a possibili condizioni sfavorevoli, la cultura va oltre i bisogni e i mezzi per soddisfarli, identificandosi con la libertà; il ragionamento, il senso dell’estetica; i vincoli sentimentali e morali; la nostra apparizione e la sua sorte futura.

Se la scienza ci da l’opportunità di relazionarci attraverso la realtà concreta, percepibile con l’esperienza sensibile delle cose, la cultura ci consente di vivere liberi rapporti attingendo alla nostra umanità. Solo così la cultura, dopo essersi appropriata del suo ruolo, potrà riproporsi come il fine a cui tendere, affinché il tutto ci conduca ad un conclamato rapporto con la civiltà; al suo insegnamento e continuità con la tradizione.

Essa si perpetua mediante l’esperienza di vita, i primi rudimenti, le condizioni elementari e le consuetudini che sono un fascio di risorse umane.

Se la cultura trasmette idee e pensieri di vita attraverso il sapere, la tradizione si eredita.

Sarebbe bene riunire cose e avvenimenti in facile e ordinata successione, perché la cultura, che ama la natura, non accetta l’idea di una vita condizionata da processi tecnologici che fanno dell’uomo un automa, poiché il pensiero è una estensione culturale e una capacità ideologica; una intensità di ispirazione; una espressione e risonanza di notizie e di opinioni.
Tutto ciò ci fa sperare in un “miracolo” e a non disperdere quel pensiero filosofico che Dio ha dispensato all’uomo, suo figlio prediletto, affinché egli glorificasse il suo nome in eterno.

Se il “prodigio” non accadrà, la filosofia morirà e all’uomo non resterà che esclamare:
-“Viva la filosofia!”

Ascona, Aprile 2014

Fabbri Giancarlo
“Membro della Società Teosofica Svizzera”

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Giancarlo Fabbri : Verità e ragione nella luce della fede in Dio

03 giovedì Apr 2014

Posted by abcsocial in Giancarlo Fabbri

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Verità e ragione nella luce della fede in Dio

Un gruppo di bambini un po’ rumorosi e festanti provava un senso di grande meraviglia e uno stato d’animo di intensa felicità durante la ricreazione nel cortile della scuola materna. Essi parevano vivere una strana situazione e un particolare momento di attesa intorno a loro mentre si rincorrevano e si abbracciavano con cenni d’intesa e stridule grida.

Si trattava di un insolito passatempo e i bambini ne avevano percepito come il segnale di un imperscrutabile avvenimento atto a realizzarsi, di lì a poco, con l’apparizione della visione del Signore, assai compiaciuto della sua creazione e, in particolar modo, della loro infantile esultanza.

Nulla, infatti, gli stava più a cuore della loro felicità e di quella loro beatitudine celeste senza incertezze, perché gli adolescenti sono i portatori di un candore morale e spirituale, retaggio di quel cordone ombelicale fra “il mondo di là a venire”; etereo e invisibile, e la nostra realtà nella quale era ben manifesto uno stato trascendentale e la chiara presenza di Dio che i cieli non possono contenere.

La loro felicità si rincorreva tra “il mondo del reale” e quello “illusorio”, il nostro per l’appunto, e si elevava al di sopra di un processo psicofisiologico con il quale si instaura nell’uomo un legame fra un desiderio e una risposta che, in precedenza, non esisteva.

Era la felicità che oltrepassa i confini del mondo che si libra veloce nel cielo e penetra l’universo per adagiarsi, infine, silente e composta, accanto al Signore visibilmente compiaciuto ma anche commosso. Egli l’accarezza con dolcezza prima di volgere uno sguardo compassionevole all’umanità dolente e smarrita; una umanità scolorita e sciatta e incapace di risollevarsi dalle proprie miserie dove i pensieri, i sentimenti e una profonda logica del potere umano le sono di ostacolo se esso non si lascia condurre dalla Fede; da Dio.

L’uomo, diventato il protagonista della scena del mondo, ha perso la viva luce della Fede e smarrito la via maestra che dovrebbe guidarlo e illuminarlo in quest’ora di turbamento.

È quella fede senza tempo che gli rischiara il cammino, perché la mancanza di luce lo renderebbe confuso e gli sarebbe impossibile distinguere il bene e il male. L’uomo, alle volte, volge lo sguardo a un mito prediletto, il cui aspetto e la cui origine gli sono noti in quanto sono una sua creatura; ma questo, è solamente un pretesto per collocare sé stesso al centro della vicenda e adorarne la propria opera.

La fede, a differenza dell’idolatria, significa “unione”; ma essa non sarebbe tale senza la “verità”. Mentre l’esistenza della verità imposta (come nei regimi totalitari) è intransigente, la “verità dell’amore” è libera da ogni chiusura e appartiene al bene dell’umanità.

Non lasciamoci, pertanto, sottrarre Fede e Speranza, che Dio ci regala per illuminare il nostro cammino. NON rinunciamo alla luce, che viene “dal passato”, che è quella della vita di Gesù come testimonianza di assoluto Amore, con l’altra fede, quella del Futuro, che ci apre nuovi orizzonti al di là del nostro “IO”, perché Cristo è risorto. Solo allora, l’uomo comprenderà che la Fede non dimora nel buio, perché essa è luce che rischiara la sua vita nel bisogno e nella povertà.

Nel Vangelo di Giovanni si legge: “Io sono nato come luce, affinché chi crede in me non rimanga nelle tenebre”. E San Paolo afferma: “Rifulga la luce delle tenebre, affinché rifulga nei nostri cuori.” La fede è qualcosa che vive e ci illumina l’esistenza; non è incertezza e nemmeno un ricovero di gente senza forza morale, Essa è il bene di tutti noi.

Nel rapporto tra fede e ragione, come mezzo e motivo conoscitivi, la Fede, senza Verità, resta una fiaba ma in realtà, essa dà una risposta di verità ai bisogni del nostro tempo; Colui che crede, vede e si oppone alla comune idea, secondo la quale, la Fede sia una pia illusione, forse un intimo conforto o, ancor più, un principio di oscurantismo. La Fede non è intollerante, perché si riceve attraverso la coesistenza e San Francesco, di proposito, recita: “Colui che crede non è arrogante, ma umile, e ci fa progredire nel dialogo con tutti.”

La nostra cultura ha perduto “la percezione della presenza di Dio”, lampante nell’aldilà, ma incapace nel nostro mondo; cosicché solamente la cultura dell’Amore tiene uniti gli uomini, altrimenti l’unico collante sarebbe il tornaconto, la convenienza e il turbamento; L’incontro tra gli uomini genera la Fede in una catena ininterrotta di testimonianze, poiché non sarebbe possibile credere da soli.

Nella preghiera della speranza a colui che soffre, Dio non gli fa comprendere il “tutto”, ma Lui è una presenza che lo accompagna e lo conforta. San Francesco dice al riguardo: “NON lasciamoci rubare la speranza e chiediamo alla Madonna di aiutare la nostra Fede.”

L’incondizionata adesione a una verità rivelata, che corrisponde del tutto a una visone astratta del vero, certo e immutabile, ci fa partecipi della volontà di Dio mediante la Grazia della sua verità, accettata nel suo contesto e con il quale l’uomo è nella condizione di scegliere il vero dal falso, il giusto dell’ingiusto, mentre l’intelligenza, che coincide in massima parte con la ragione, si espande e congloba le facoltà psichiche e intellettuali, che permettono all’uomo di prendere visione di qualsiasi realtà da affrontare.

LASCIAMOCI, dunque, trasportare dalla verità e dalla ragione.
LASCIAMOCI sedurre dalle fede che apre i nostri cuori alla felicità: la stessa felicità dei bambini della suola materna.

Tu, SIGNORE NOSTRO DIO E FARO DELL’UMANITÀ; che conosci il segreto delle nostre anime e il percorso delle nostre vite, illuminaci le menti per poterti Glorificare nei secoli a venire, e fino al termine del Tempo Universale.

Ascona, il mese di Giugno dell’A.D. 2013

FABBRI GIANCARLO,
Membro della Società Svizzera

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L’utilità dell’inutile, Giancarlo Fabbri

27 venerdì Dic 2013

Posted by abcsocial in Articoli della Rivista Teosofica Ticinese, Autori, Giancarlo Fabbri

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L’utilità dell’inutile

 

La nostra società occidentale del benessere e della globalizzazione di beni e servizi nella quale si sono instaurate democrazia e libertà di pensiero, è la testimonianza di un avvenimento tecnocratico finanziario sotto l’impulso di una civilizzazione utilitaristica i cui principali alfieri sono state tecnica ed economia, mentre noi siamo i testimoni di un’epoca nella quale i rapporti interpersonali evidenziano quali sono i veri scopi, al limite egoistici, di un calcolo economico tra l’indifferenza di questa nostra società opulenta, consumistica e fatta di beni duraturi di alto livello diffusi in quasi tutte le classi sociali, alfine di creare una società realizzata nei suoi propositi.

Questa realtà, purtroppo, non si è consumata poiché l’uomo, nella sua atavica ricerca del sé e circondato dalla constante presenza di Dio, ha preso coscienza dell’inutilità di una vita supportata dalla “filosofia di un sapere inutile”ma necessario”, senza la quale l’uomo rimane tale e quale.

A difesa dell’inutile, filosofia e contemplazione sono l’esaltazione della bellezza e, soprattutto, di una logica che attraversa la modernità (che in filosofia significa utilitarismo) e che nella vita di ogni giorno rappresentano un contratto sociale di scambio.

L’uomo, in qualche modo, trova sempre un suo sviluppo armonico e una sua ragion d’essere per tutto ciò che è l’inutile, in quanto è consapevole di investire ogni sua risorsa ed energia in attività che non gli procurano un vantaggio nè un profitto. Egli le impiega allor’quando dorme o sogna; quando attende con cura ai lavori domestici o si dedica alla salute di una persona cara; quando non cerca l’utile nella preghiera o nell’insolenza; allor’quando suscita un’emozione o la vive come turbamento; quando non cerca un tornaconto ma impreziosisce la sua vita attraverso l’arte o lo sport; quando vuole migliorare la sua immagine nel vestire o desidera vivere intensamente una felicità più profonda e persino nella lettura delle pagine culturali dei giornali.

Ê la presenza dell’inutile che nobilita la nostra vita dove, nel gioco come nel raccoglimento, esiste una filosofia morale che si affida al concetto del bello oppure a una concordanza di leggi del pensiero razionale (la logica) che possono naturalmente confliggere con l’utile. Appare allora evidente, come sia l’inutile a insignire la vita di ogni forma etica ed estetica, gioiosa e riverente, ragionevole e intrepida e che può identificarsi con l’utile perché essa è il contrario dell’inutile prima che nell’utile e in una trascurabile banalità priva di interesse, nociva e distruttiva, nonostante l’esistenza di una “utilità nell’inutile”.

 

La bellezza è attitudine e preferenza di ciò che esiste in noi e la ricerchiamo senza un vantaggio, perché essa nasce dall’impulso dell’anima attraverso gli occhi, l’udito e la parola e senza nulla pretendere.

Se la civilizzazione si sviluppa sotto la spinta dell’utilità, la civiltà si espande con quel garbo e delicatezza dell’inutile. Le tradizioni, i principi culturali e il carattere di un popolo si riscoprono nell’inutile mediante cerimonie e simboli a discapito del nostro discutibile modello globale di vita mercantilistico e utilitaristico.

Se i comportamenti utili non portano in sé alcun valore morale, quelli “gloriosi dell’inutile dispendio” hanno un loro motivo di essere. I filosofi, adepti dell’inutile e i poeti, veggenti dell’inutile, sono tutti legislatori del mondo e pronti ad affermare il declamato primato Leopardiano del dilettevole sull’utile e condannano il commercio come una forma vile e perversa dell’egoismo umano.

L’inutile sancisce il primato del pensare sul fare; del fare senza interesse su quello mercantile; del vivere una visione aperta del mondo anziché circoscritta; il primato della cultura sull’economia, quello della Gloria sul guadagno; del sacro sulla convenienza, dell’umanità sulle contrattazioni sociali; quello del bene reale sulla finanza, dell’eternità sul tempo, trasformato in servitù da un eccessivo interesse, dell’esercitare l’inutile per vedere lontano; dell’ammirare il creato e non trovare il tempo di guardarsi con compiacimento.

Coloro che noi chiamiamo “INUTILI” – affermava Platone – sono le vere guide di questa “divina stranezza” dell’inutile, di cui la nostra civiltà, più che della tecnica, ne è la naturale interprete.

In conclusione le argomentazioni, in apparenza logicamente corrette, sono contraddette dalle comuni esperienze di ciò che si manifestano in un secondo tempo.

 

Ascona, Dicembre 2013

 

Giancarlo Fabbri

Membro della società Svizzera di teosofia

 

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Atei e credenti ed l’evoluzione scientifica, Giancarlo Fabbri

05 martedì Nov 2013

Posted by abcsocial in Articoli della Rivista Teosofica Ticinese, Autori, Giancarlo Fabbri, News

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Tag

ascona, Giancarlo Fabbri, Gruppo Fraternitas, teosofia


All’amico ingegnere

Marco Boccadoro

 

 

 

Atei e credenti ed l’evoluzione scientifica

Sembra sia tornata d’attualità la proposta di un dialogo tra credenti e miscredenti di una manifesta volontà di chiarimento con un atteggiamento di una reciproca comprensione e il desiderio di capire e farsi intendere, dopo un lungo periodo di tempo nel quale, chi riteneva “inconoscibile” una concreta esistenza, si teneva lontano da qualsiasi opinione personale.

Il termine “dialogo”, creato con il concilio Vaticano II e dalla chiesa del dialogo, è stata l’apertura della stessa chiesa universale verso gli atei e i credenti di altre confessioni con la quale i cattolici progressisti dialogavano con i progressisti non cattolici, anziché i cattolici non progressisti.

All’ordine del giorno, è ora invalsa la consuetudine di scambiarsi delle lettere epistolari, non tra laici illustri e teologi di indiscusso valore e di alto livello bensì, tra credenti e non, in un consesso nel quale si fanno delle riflessioni filosofiche sui principi e i metodi di una conoscenza scientifica e attorno a un vicendevole scambio di domande, concordate tra le parti, ma prive di attenzione, di significato e originalità.

È difficile comprendere il perché il Papa ed il suo ex-predecessore non dialogano invece con Richard Dawkins per conoscere l’influenza dell’evoluzione sul principio conforme alle leggi del pensiero razionale in base al quale, ogni concetto è identico a se stesso. (L’identità).

Ed è altrettanto strano il perché essi non discutono dell’anima con Antoni Damaso.

È altresì facile organizzare e indirizzare un dibattito per sommi capi dove tutti ne escono più o meno vincenti, perché è un convegno nel quale la contrapposizione tra laici e credenti, tra agnostici e miscredenti, tutte persone religiose e di manifesta cultura umanistica, quest’ultima indifferente alla scienza, finisce col divenire un modello conformista, un luogo comune e stereotipato con domande senza risposta per continuare a non rispondersi in maniera arguta.

Negli ultimi 150 anni, con il progresso della scienza, è mutata la visione del mondo, del creato e dell’uomo, ma nessuna religione lo ammette per non sconfessare i dogmi e le verità rivelate, datate di millenni.

Certamente, una persona può, se vuole, ignorare il progresso e credere in ciò che più gli conviene e di cercare un avvicinamento a certe coerenze religiose come, ad esempio, la presenza dei fantasmi, degli Ufo, e dove nella quotidianità arriva a confondere l’astronomia con l’astrologia e a consultare gli oroscopi che ci inseguono per tutto il santo giorno.

Sarebbe oltremodo necessario, un confronto tra fede e scienza con delle persone in grado di spiegarci come mai la terra in cui viviamo non abbia quattromila anni, com’è scritto nell’Antico Testamento bensì, molto di più quattro miliardi di anni attraverso i quali, c’è stata una evoluzione e una lotta spietata per la sopravvivenza tra l’ultimo dinosauro e il primo ominide durate 60 milioni di anni.

Sarebbe doveroso, affrontarsi con chi guarda attentamente il cielo per mezzo di potenti telescopi e arriva a conoscere delle immagini spettacolari e impressionanti al limite dell’universo visibile e scopre un piccolissimo sistema solare in una galassia di altri cento miliardi di “soli” e in uno spazio in espansione di altrettanti miliardi di galassie. Ma di ciò che è accaduto, non esiste alcuna traccia e non si trova un accenno nell’antico testamento.

Sarebbe opportuno, dialogare con la fisica moderna che studia le leggi del moto dei corpi, tenendo conto delle loro proprietà corpuscolari e ondulatorie, che sono quelle della meccanica quantistica (WERNER HEISENBERG) che studia le varie forme di energia in energia meccanica e viceversa: la termodinamica.

Sarebbe essenziale, parlare del senso della vita, della sua evoluzione e prepararci a conciliare l’uomo preistorico con la Biologia molecolare e con quel DNA che svela, oltre il funzionamento umano, anche il suo codice genetico, che nemmeno Darwin aveva presunto. Queste conoscenze sono talmente avvalorate tanto che, non sarebbe sufficiente una preghiera come migliore scelta contrapposta.

Oggi il dialogo tra atei e credenti verte sul pensiero, accettato e diffuso nei confronti di una credenza vaga e incerta, mentre è solo il pensiero che rende possibile un dialogo tra le parti, dove Fede e Ragione, per un credente, sono inseparabili; ma per un ateo, il pensare lo indirizza verso il concetto illuministico che ritiene la religione irrazionale e ne sottolinea l’inesistenza e l’assurdità.

Da questa enunciazione scaturisce una verità DEPOTENZIATA da entrambe le parti, che sono convinte delle loro affermazioni e di detenere il privilegio di deliberare in suo nome quali sono le anime riprovevoli e quelle da preservare.

Se per gli atei la verità ha un valore temporale, soggettivo e di poco credito, per i credenti, essi non la posseggono ma si ritengono figli suoi.

I miscredenti, accantonando duemila anni di esperienza e partendo dalla visione del concilio vaticano II, scoprono, ora in Gesù, l’apostolo della verità, l’amore per il prossimo, l’amore dell’uguaglianza e l’elevazione dei poveri; ma non il figlio di Dio.

Da questo momento, la chiesa e tutto il popolo di Dio, mostrano ai non credenti un Gesù pieno di amore dove la verità è Amore; il percorso della chiesa è Amore per l’umanità in suo nome, dove l’amore supera ogni ostacolo nella dedizione verso il prossimo e dove l’amore è misericordia e nobiltà di sentimenti nell’amore tra gli uomini; dove la verità è benevolenza per l’umanità, nonostante entri in conflitto con la giustizia e la responsabilità etica che combattono la morale del perdono.

È difficile stabilire un’uguaglianza tra l’amore, la verità e il Cristo dove le prediche non sono sempre in sintonia con la verità del mondo, la condizione umana e le opinioni di tutti, anche perché, non è possibile amare tutti dello stesso amore.

D’altra parte, atei e credenti sono concordi che non esista la verità assoluta in quanto, se per gli atei essa è relativa e rimane circoscritta nella coscienza individuale e dell’evoluzione, per i credenti essa è del tutto libera o svincolata e si relaziona col tutto rafforzandosi nella convinzione di una verità rivelata, oggettiva e superiore.

È bene che vi sia un dialogo responsabile di confronto ed un comportamento di accoglienza e di rispetto verso le diverse religioni, come essenza fondamentale di una nuova civiltà ritrovata. Però è altresì impossibile un’intesa, che pretenda una rinuncia ai principi della fede.

In verità, esiste una dignitosa ed imparziale realtà, ma dolorosa e inevitabile, che si potrebbe ottenere con le buone maniere e le belle parole per non cedere all’ipocrisia, poichè allora sarebbe più facile riconoscere le tante disparità e smuovere gli errori e le imperfezioni dai sospetti e dalle ingiurie che li accompagnano, anche perché, se si cerca una convergenza di comodo, c’è un serio motivo di ridurre il Cristianesimo a una esposizione di principi con domande e risposte su di esso.

Nell’incertezza, è meglio confidare in Dio piuttosto che sul nulla, nonostante ciò trasferisca la sostanza del dialogo tra atei e credenti in qualcosa di ignoto sul destino dell’esistenza dell’uomo e del mondo, che comporterebbe delle scelte verticistiche e decisive, ma non confortevoli e interpersonali, in quanto Dio non è “familiarmente” né affabile né confidenziale: EGLI è un rischio……

Nel ribadire che è in corso un aspro dibattito riguardante l’atto di fede tra atei e credenti: se per gli atei è un atto di fede nel nulla, per i credenti è un atto di fede in Dio.

Quando il sole, tra quattro miliardi di anni circa, andrà esaurendosi e finirà con l’essere quella meravigliosa candela che scalda e illumina la terra, la vita trascendentale dell’uomo non subirà alcuno cambiamento e nessuna influenza nella fede, mentre quella immanente del miscredente, avrà bisogno di tutti quegli elementi di sopravvivenza tra i quali: IL TEMPO E LO SPAZIO.

 

Si potrà allora affermare che non può esistere trascendenza in un atto di fede nel nulla bensì, solo una realtà vivente del nostro essere.

Se in un periodo di svariati milioni di anni, l’uomo aveva pensato di dovere ricercare la verità nelle stelle e nei cieli, Galileo comprese come il mondo fosse costituito di stelle e pietre, queste ultime, intese come materiale di laboratorio e sperimentazione. Dopo un approfondimento della realtà immanente, Galileo ha voluto ricercare nella pietra “la mano di Dio” e scoprire le prime leggi basilari della natura, da lui definite “l’impronta di Dio”, anziché il “caos primordiale”.

Nasce così una scienza di primo livello che ha rivoluzionato in quattro secoli le strutture della sfera immanentistica che reggono la vita obbedendo ad una logica rigorosa e non al caos. Una logica che governa l’immanente di stelle e galassie e non si può disconoscere come essenza della scienza stessa, nonostante non ne sia riconosciuto il suo autore: egli NON ESISTE.

Si è creata, di conseguenza, una divergenza profonda tra fede e scienza e sarà necessario intraprendere insieme un dialogo aperto e franco per trovare “L’IMPRONTA DI DIO”.

Ci sono diversi aspetti che si concentrano eloquentemente sulle contraddizioni delle opposte tendenze, tutte proiettate alla conquista della scienza. Un primo aspetto è quello di un teologo che affermava come la struttura che sostiene la vita sia energia pura, valida nel trascendente ma non avvalorata nell’immanente e per la quale, la sola energia in sé non sarebbe sufficiente alla vita dell’uomo. È una prima contraddizione alla conquista della scienza, la quale solleva una seconda obiezione al filosofo Immanuel Kant, secondo il quale i concetti di tempo e spazio, sono pilastri portanti di una nostra soggettiva acquisizione intellettuale o psicologica.

Ma se Dio, che regge il mondo, avesse seguito il filoso Kant, il mondo stesso non potrebbe esistere, perché la vita dipende dalla trasformazione dell’energia in massa di energia, di modo che spazio e tempo sono inscindibili.

Tutto ciò dimostra, che se una parte è reale, l’altra deve essere immaginaria, dove reale e immaginario sono proprietà intrinseche fisico-matematiche, scoperte da Galileo già tre secoli prima attraverso la ricerca. L’uomo di misura in quella cosa, definita tempo, con l’orologio e l’altra, chiamata spazio, con il metro. In ultima analisi, non può comunque esistere solamente lo spazio o solo il tempo. Essi devono esserci entrambi e in maniera indissolubile.

In conclusione: quando il sole si spegnerà, NOI CREDENTI, continueremo ad esistere nella sfera trascendentale del creato; essa è una meta come atto di fede in Dio e nelle cose visibili ed invisibili. Per i NON CREDENTI, quando il sole cesserà ogni attività, tutto sarà finito!

Ma scienza e fede, che sono egualmente doni del Signore, continueranno la loro “corsa per la coesistenza” e il bene comune dell’umanità e a “GLORIA DI DIO ONNIPOTENTE”.

Ascona, Novembre 2013

FABBRI GIANCARLO,

Membro della Società Teosofica Svizzera

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